CarnevaPolis

CarnevaPolis

Quando si inseguono i sogni in maniera sfrontata e tenace, accadono miracoli.

Quando adulti motivati si mettono in moto per il ben-essere di se stessi e dei bambini, appaiono magie.

E così oggi, da un’idea che poteva sembrare strampalata e grazie a personaggi altrettanto fuori dal normale (alcuni  dei quali immortalati qui sotto) è venuta fuori una giornata indimenticabile.ù

 

 

Appuntamento alle 11 in Piccola Polis, bambini e maestri. Pranzo al sacco, genitori a casa.

Ultime prove, dopo le innumerevoli fatte con entusiasmo contagioso negli ultimi giorni.

Pranzo tutti insieme e poi a sistemare le ultime cose: indossare le maschere ricavate da vecchi palloni bucati (fatte  dai bambini nella Tana dell’Arte), ultimi ritocchi alle bolas ottenute da vecchi calzini, palloncini e semi vari, agghindate di nastri colorati a non finire, sistemazione dei tamburi sui suonatori, “trucco e parrucco” e si parte…

Prima tappa : Asilo nel bosco, dove i piccoli ci aspettavano per unirsi al corteo. Cerchio, pronti?

Inizia la parata!

Siamo usciti dalla campagna al suono dei tamburi, della gran cassa, delle maracas, delle risate dei bambini. Abbiamo bloccato il traffico per attraversare la via dei Romagnoli che separa la campagna dal borgo di Ostia Antica e siamo entrati nelle baraonda del paese portando colori e allegria. Aprivano il corteo tre splendide donne sui trampoli, di cui una aveva la stessa età dei bimbi della Polis.

I bambini erano felici, camminavano a suon di musica nella formazione stabilita, fieri di raccogliere i frutti del loro lavoro delle ultime settimane.

I piccoli seguivano il gruppo della Piccola Polis per mano ai genitori, con gli occhi grandi di chi assiste a un’evento straordinario. Io ero emozionata fino alle lacrime. Una scuola dove i bambini lavorano con gioia per costruire qualcosa con gli adulti che si occupano di loro. Una scuola che insegna la bellezza, che trasmette l’arte e la passione. Un luogo dove tutti possono esprimere se stessi e trovare il modo migliore per farlo.

Questa è la nostra scuola. Pensavo a questo e piangevo sotto la mia maschera. Piangevo di gioia e di gratitudine.

Ma la parata è stato solo l’inizio. Nel borgo, tutti in cerchio, i nostri piccoli, immensi artisti, hanno fatto il loro primo spettacolo di strada…

Erano meravigliosi e soprattutto erano felici di farlo. Nessuna paura, nessuna ansia, non vedevano l’ora di mostrare al mondo quello che avevano imparato e accuratamente preparato.

Alla fine della giornata noi adulti eravamo davvero ebbri di gratitudine e bellezza ma sfiniti (c’avemo na certa età!), loro ancora pieni di tutta la carica che ti dà raccogliere i frutti di un lavoro fatto con fatica e con amore quando la vecchiezza ancora non prende il sopravvento…come è capitato a queste due 🙂

 

Imperfette e felici

Imperfette e felici

In questa società della performance siamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci manca. Allunghiamo lo sguardo lì fuori per cercare quello che ci serve per stare meglio. Osserviamo oggetti, luoghi, posti di lavoro ai quali aspirare come meta verso la felicità.
In questa ricerca in cui il focus è la penuria di questo o di quello ci perdiamo la possibilità di cogliere l’abbondanza che ci circonda.

In questa parte del mondo abbiamo cibo e acqua potabile e ovunque si può ammirare il cielo azzurro, i fili d’erba, i sorrisi di chi ci circonda, la ricchezza dell’avere attorno persone che amiamo e che ci amano, la portentosa occasione che ogni giorno abbiamo svegliandoci al mattino.
Troppo poco spesso mi fermo a pensare a tutto questo. Nonostante sia infinitamente grata alla vita per quello che ho, ancora mi capita di comportarmi come se non avessi “fatto” tutto quello che dovevo per meritarlo. Nonostante io combatta da tutta la vita con questo morbo insopportabile del “non essere abbastanza” ancora è lì che ogni tanto mi imbriglia e mi imbroglia.
Mi fa sentire piccola piccola, mi fa credere di non meritare di essere felice, mi fa tremare le gambe e oscura la luce del mio cuore gettandolo nel nero panico.
Ma questi momenti bui mi servono a riprendere bene la mira, a ricalibrare le lenti con cui guardo il mondo.
Comunque vadano le cose, sarà sempre un arricchimento. Ogni dolore, ogni mancanza, ogni peripezia sono state fin’ora una fonte di ispirazione e di crescita.
Sarebbe bello poter crescere senza scossoni, senza sofferenza. A volte capita. Ma ogni cosa a cui dedico attenzione e cura, ogni ferita che si rimargina, ogni burrasca che mi scuote e mi scaraventa lontano, mi lascia uno strumento in più e mi ripete ogni volta che non è vero che bisogna essere all’altezza, non è vero che bisogna essere perfetti, non è vero che se non siamo così o cosà non troveremo amore.

Il coraggio di affrontare il mostro di “non essere abbastanza” mi sta insegnando che l’amore permea ogni cosa e ogni persona, anche quella apparentemente meno “meritevole”.
Basta che ci permettiamo di accoglierlo.
Basta accettare di essere diversi da chiunque altro semplicemente perché “unici”.
La perfezione non esiste, è solo un’idea, un parametro che varia da  cultura a cultura, da epoca a epoca, da persona a persona.
Se mi guardo da fuori, immaginando che i miei errori (o meglio quelli che suppongo tali) siano stati fatti da un’altra persona, incredibilmente mi sembrano meno gravi. La mia tolleranza e accoglienza verso gli altri è così immediata e scontata per me che a volte mi alleno così…e comincia a funzionare.
Ci provate mai?
Per me è un buon modo per ridimensionare la situazione quando mi sento sopraffatta e il mostro sta per prendere il sopravvento. In fondo ho capito che un rimedio si trova sempre e che anche il peggio ha sempre qualcosa da lasciarci in dono.
Per me è la strada giusta per trovare il modo di essere felice nonostante io sia consapevole di essere assolutamente e indiscutibilmente… imperfetta.

Se volete condividere le vostre strategie per tenere a bada l’imperfezione, scrivetemi:  mammaimperfettacomete@gmail.com

Diventeranno un patrimonio di tutti quelli che passeranno di qua!

L’asilo delle mamme e dei papà

L’asilo delle mamme e dei papà

Tutti hanno bisogno di un asilo. Di un luogo sicuro, caldo accogliente. Non solo i cuccioli. Spesso da grandi ne abbiamo bisogno ancora di più.

A volte ancora sogno di andare al liceo e di dirmi, nel letto…”Oggi non vado a scuola e domani porto la giustificazione…” Poi metto a fuoco e… “Oddio, la maestra sono io, mi devo proprio alzare”.

Lo so, è colpa del mio amore spropositato per le capriole nel letto, quindi questa è un’altra storia…

Però quante volte capita, da genitori, di avere la sensazione che potremmo stare meglio coi nostri figli ma ci sfugge qualcosa e non sappiamo bene cosa? Quante volte abbiamo desiderato un luogo sicuro dove tirare fuori i nostri timori, le nostre incertezze, i nostri cattivi pensieri senza doverci sentire giudicati? Dove fare domande su come “funziona” un bambino, come si fa a stargli dietro senza perdere di vista noi stessi, e chissà quante altre cose…

Ecco, L’asilo delle mamme e dei papà nasce proprio per questo. Per creare uno spazio di riflessione e informazione, per dare la possibilità a tutti noi genitori di avere un luogo sicuro in cui rifugiarci quando siamo in  difficoltà come coppia o con i nostri figli e per condividere le infinite risorse che l’essere tali scatena in noi.

Insomma, sarà un luogo in cui le difficoltà verranno trasformate in opportunità e risorse grazie allo scambio tra persone che hanno deciso di creare famiglie felici e quindi scelgono, ogni giorno di mettersi in gioco. Con attenzione e amore ma soprattutto con leggerezza. “…che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. (Italo Calvino)

 

 

Mister Mendez ha sempre ragione

Mister Mendez ha sempre ragione

Tre giorni e due notti lontana.

Partita da Roma in canottiera, sono arrivata ad Aosta che era Natale. Meno male che per sbaglio avevo preso un pail.

Ero a duemila metri di altezza, in una casetta da fare invidia ad Heidi in persona, senza nemmeno le caprette a farmi “ciao”. Io e pochissimi altri esemplari umani, uno scoiattolo incontrato per strada, la mia settimana enigmistica. Un silenzio che nemmeno nei templi tibetani.

Intorno solo cime imponenti, alberialberialberialberialberi, nuvolenuvolenuvole, vento freddo che precede la slitta di Babbo Natale. A Roma. Lì era considerato un clima tiepido.

Ecco, io mi guardavo intorno e mi sentivo come i miei figli al Luneur. Mi sembrava tutto incredibile, compreso che io fossi in canottiera e loro in piumino d’oca e scarponi imbottiti (ma che io fossi assiderata e loro no, era del tutto credibile, oltre che evidente).

E più il tempo passava più lo stupore aumentava. Ero meravigliata da quello che vedevo e da quello che sentivo. Dalla potenza di quella natura incontaminata, dall’amore esplosivo che si amplifica con la distanza, dal viaggiare da sola esattamente come facevo nella mia vita passata ma al tempo stesso in modo assolutamente  e del tutto diverso.

L’andare senza paura di non essere all’altezza. Qualcosa che non avevo ma sperimentato prima. Questa sensazione di avere tanto da raccontare, tanto da voler condividere. La consapevolezza di vivere in un ricchezza che è fatta di relazioni umane vive e pulsanti. Di poter dire che è vero, PUO’ ACCADERE. Ci vuole sudore, cor-aggio, determinazione. Ma niente che non venga ripagato abbondantemente.

Eppure ancora mi stupisce. Come mi stupisce la paura che si insinua in me in situazioni di eventuali pericoli per la mia incolumità. Non ho paura per me. Penso a mettermi al sicuro per i miei figli e per Paolo. Penso subito a fare in modo di essere al sicuro per mettere al sicuro la mia famiglia. Questa sensazione di essere così parte di un tutto vivo e pulsante che è al tempo stesso parte di me, senza riuscire a capire dove finisco io e dove iniziamo noi.

Uno stordimento che nemmeno le sbronze di quando ero ragazzina. Un ebbrezza che solo l’amore sa regalarmi.

Quello stesso amore che mi fa tremare di dolore e di paura, che mi mastica e mi digerisce sempre diversa eppure fedele a me stessa. Quello lì, quello che mi spinge ogni giorno, a volte anche mio malgrado, a cercare di crescere, a trasformarmi nella versione migliore di me stessa e a ricordarmi che domani sarà ancora una nuova metamorfosi.

Ho capito che cambiare spaventa perché significa un po’ morire, lasciar andare delle piccole cose… abitudini, sensazioni, schemi che ormai non ci fanno più bene.

E allora credo che per amare davvero, per amarci davvero, dobbiamo scegliere di sacrificare alcune parti di noi sull’altare della nostra rinascita.

A volte viene facile, a volte fa tanta paura.

“Ma non avé paura e damme la mano, la notte è scura ma io e te ci ripariamo…”

Ah, se vi state chiedendo chi diavolo sia  Mister Mendez, significa che non avete letto il mio libro e allora quasi quasi non ve lo dico… scherzo, dai, non fate i puzzoni! Lo trovate qui. Ma prima preparate un paio de fazzoletti 🙂

 

Nico, maestr* d’amore

Nico, maestr* d’amore

Non sapremo mai se sei un maschio o una femmina, ma Nico è il nome che Alma Wilma e Pepe hanno subito scelto per te.

Il tuo arrivo è stato un vortice di gioia per tutti e nel breve periodo trascorso insieme hai saputo mettere in circolo coraggio, amore, riflessioni profonde. E nel tuo breve passaggio hai ricevuto anche dei doni, tra cui un piccolo albero di avocado.

Poi il tuo cuore si è fermato e in quello di ognuno di noi si è creato un buco nero.

Il primo giorno non riuscivo a parlare di quanto stava accadendo senza piangere. Ogni attimo trascorso da sola era bagnato di lacrime.

Ad Alma, Wilma e Pepe abbiamo raccontato questa storia di trasformazione e magia che ha addolcito questo saluto doloroso; bagnato di lacrime, singhiozzi e sangria.

Abbiamo brindato alla tua trasformazione, abbiamo pianto insieme e ci siamo abbracciati forte.

Dopo qualche giorno ti abbiamo lasciato volare nel cielo stellato con una lanterna, cuore blu ardente, gridando tutti insieme “Buon viaggio! Torna presto!”.

Il dolore scava dentro e trova risorse che non sappiamo di avere, o semplicemente le fa risplendere come non ricordavamo che sapessero fare.

Ho passato giorni intorpiditi a cercare di lasciarti andare. La prima sera dopo aver saputo che non eri più in vita ho iniziato ad avere i dolori…erano fitte ai reni che toglievano il respiro. L’ho detto al tuo papà ed ha iniziato a massaggiarmi. Ma io non ero pronta a lasciarti andare, ho iniziato a piangere e ripetevo “Mi dispiace, so che se è andata così c’è un motivo ma mi dispiace” Papà mi abbracciava e mi diceva “E’ normale amore mio, dispiace anche a me”

Nei giorni successivi mi sembrava di vivere in un sogno, il mio corpo c’era ma io non ero qui, non ero in nessun luogo.

Ai controlli medici prendevo tempo. Non volevo che finisse tutto in ospedale, sotto anestesia, senza il tuo papà.

Ho aspettato e aspettato ancora. Rimedi omeopatici, sali ayurvedici, meditazioni.

Ti ho salutato più volte, nelle acque del mare, sotto la luna… in casa e in ogni dove ho pregato me stessa e ciò che restava di te di chiudere questo cerchio doloroso che ci trascinava ormai con fatica. Ma non riuscivamo a staccarci l’una dall’altro e allora, pur di poterti salutare, mi sono rifugiata laddove non avrei mai pensato di poter decidere di andare e ho provato cosa significa un parto indotto.

Ho sofferto come non credevo di poter soffrire, ho imprecato contro me stessa e contro il dolore.

Per due ore, senza sosta e senza pietà, con il tuo papà che mi sosteneva, mi accarezzava e mi calmava.  Poi è sceso il silenzio ed è arrivata Giulia, la nostra vicina di casa, angelo custode sempre presente: “ Come stai? Ti misuro la pressione”

Ero sul nostro letto, ormai i dolori erano finiti e papà mi massaggiava i piedi.

“E’ stato atroce me non credo di avercela fatta. Domani vado al controllo e se mi diranno che devono intervenire li lascerò fare. Ma sono tranquilla, ho fatto tutto quello che potevo fare”

Nel frattempo papà era andato in cucina. In questo periodo non può mangiare glutine ed è tornato dicendo “ Giò ho letto il tuo appunto con l’indirizzo di Ariel. Non averi dovuto, c’è scritto Canelones. Ora come faccio a non pensarci?”

Canelones è la località in cui abita il nostro amico di Montevideo, ma papà pensava ai cannelloni. IO sono scoppiata a ridere e sono saltata giù dal letto “Fatemi passare che sta uscendo qualcosaaa…”

E tra le mie risate sguaiate e gli sguardi perplessi di Giulia e papà io e te abbiamo lasciato una scia rosso acceso dal letto al bagno e sei nato tu.

Io ridevo, sollevata e felice, Giulia guardava la scena e nei suo occhi vedevo riflesse tutte le milioni di sfumature di emozioni che stavamo provando.

Papà è corso accanto a noi e la serata è finita come un enorme sospiro di sollievo. Come se tutto avesse ripreso a girare, come se ogni cosa fosse tornata al suo posto.

La mattina dopo mi sentivo come resuscitata.

Se averti accolto dentro di me mi aveva donato lo stato di grazia di avere due cuori, l’aver passeggiato insieme a te nella morte mi aveva fatto vivere in  uno stato di torpore indescrivibile, come se guardassi me stessa vivere attraverso un vetro.

Solo l’amore ci può salvare, ora ne sono più certa che mai. Solo l’amore per qualcosa di profondamente sacro come la vita mi ha dato il coraggio di vivere fino in fondo (e a modo nostro!) questo momento, solo l’amore che nutre l’unione tra me e tuo padre generando tutti i nostri figli mi rende forte come una leonessa e mi fa guardare a tutto questo come ad una nuova opportunità

Solo questo amore, nutrito da quello di tutte le anime belle che del tuo arrivo e della tua partenza si sono sentite partecipi e ci hanno fatto arrivare la loro gioia prima e il loro sostegno dopo…solo questa infinita dose di amore mi ha permesso di non sgretolarmi di fronte a tanto dolore…

Ora dormi sereno nel caldo ventre di madre terra, sotto il tuo albero di avocado. Quando mi sveglio al mattino lo guardo e ti abbraccio come non ho potuto fare mai. Ogni tanto passo ad accarezzare le sue foglie sperando che le mie cure arrivino anche a te.

Sono incredibilmente felice perché qualche modo tu sei ancora con noi. Anche se ogni tanto, come ora, la tristezza mi stringe forte il cuore e piango.

Eppure so che ci sei. In ogni bambino del bosco che ti saluta quando passa un uccellino, in ogni persona che ti ha conosciuto in questo tuo lieve passaggio, in ogni lacrima che versiamo per te.

Ci hai insegnato che l’amore è anche saper lasciare andare e sarà un dono prezioso per ognuno di noi.

Vola felice piccolo Nico, sarai sempre nel cuore di ognuno di noi.

Vola più alto che puoi, la tua famiglia sarà sempre con te.

Racconto breve di un anno pieno come un secolo.

Racconto breve di un anno pieno come un secolo.

Esattamente un anno fa iniziavano una serie di eventi che avrebbero messo la nostra vita in una specie di centrifuga gigante che a volte rallentava solo per prendere la rincorsa per ripartire più violenta di prima. La sensazione di essere su una barchetta in un oceano in tempesta è stata quella che ha predominato fino a qualche mese fa, ma col senno di poi quello che vedo è che tutto questo “strizzamento”, che ci ha stropicciati e a tratti confusi, ha scaraventato lontano da noi tutto quello di cui non avevamo più bisogno. Come tutte le separazioni ogni congedo affrontato in questi dodici mesi ha portato dubbi, dolore, rabbia ma anche profonda rinascita. E come sempre ogni persona che si è allontanata ha lasciato spazio a qualcun’altro che doveva arrivare, ha lasciato il suo prezioso contributo e, portandosi via un pezzetto di noi, ci ha regalato uno spazio per accogliere un nuovo dono, un nuovo prezioso germoglio che si è poi fatto spazio nei nostri cuori e intorno a noi.

Tutto è nato a Panta rei, quando abbiamo incontrato il Sussurra-sogni: un albero magico, con un nodo nella corteccia dalla forma esatta di un orecchio. Ognuno di noi, adulti e bambini, gli ha regalato un sogno. Io non avevo ancora ben chiaro quanto possa essere portentosa una richiesta fatta col cuore e ancor meno quanto siano importanti le parole che si usano per farlo e chiesi che tutti i problemi legati all’Emilio si risolvessero entro la fine dell’anno. Immaginavo per tutte le persone coinvolte un lieto fine, una conclusione felice e soddisfacente…ma mentre sussurravo questo desiderio all’orecchio dell’albero, le mie parole  mi risuonavano come una sentenza, ho avuto la sensazione di aver firmato una specie di patto col diavolo e non ne capivo il perché. Non avevo formulato la mia richiesta nel modo appropriato e una parte di me lo aveva subito capito.

Il 27 dicembre  L’Emilio è stato chiuso. Con atto forzoso, violento e indipendente dalla  mia possibilità di fare qualunque cosa a riguardo.

Ho imparato che l’Universo ti prende alla lettera e che nell’esprimere una richiesta è necessario specificare anche il “come” vorremmo che avvenga. Nei mesi successivi all’incontro col Sussurra-sogni ho imparato molto su come le nostre intenzioni materializzano la nostra realtà e su quanto siano importanti le parole e i pensieri che formuliamo.

Non era così che avrei voluto salutare  L’Emilio, avrei voluto un congedo dolce, senza clamore, un cerchio che si chiude in maniera armonica attutendo le emozioni negative tipiche di ogni cosa che finisce. Invece, come era già accaduto qualche mese prima con la scissione dell’Asilo nel Bosco, fu un vortice di pensieri, di recriminazioni, di dolore con la pesante aggravante economica che comporta la chiusura improvvisa di un’attività.

La centrifuga ha rallentato un altro po’ e poi è ripartita di nuovo. Il gruppo di lavoro perde pezzi, ma  quelli che restano non mollano, lavorano con più tenacia e più convinzione, sostengono i genitori che vacillano di fronte ai mille cambiamenti, amano ancora più forte ogni bambino per attutire ogni singolo distacco. E quando sembra che si sia trovato un buon equilibrio, la mattina del 27 marzo…

Vengo svegliata dalle urla dei vicini “Al fuoco, al fuoco!” Mi sembrava di essere in un film. Non sapevo se essere più spaventata o incredula. In questo stato di stordimento, coi miei figli addormentati in casa e Paolo lontano per lavoro, insieme ai vicini abbiamo cercato di spegnere le fiamme e chiamato i vigili del fuoco.

Erano le sei e mezza. Alle 7.10 ho chiamato il maestro Luca che stava per arrivare ignaro di tutto e alle 7.30 il gruppo di lavoro era operativo alla fattoria “C’era una volta” a breve distanza dal rogo e al sicuro.

Alle 8 era tutto un pullulare di genitori che pulivano, svuotavano, portavano detersivi, mascherine, idropulitrici, viveri.

Io ho accompagnato i miei figli in fattoria, chiamato Paolo per avvisarlo che era tutto sotto controllo nonostante l’accaduto e mi sono rimboccata le maniche. Fresca del concerto di Mannarino che mi aveva riempita il cuore due sere prima, non facevo che cantare “Eu quero viver como um beija flor, eu quero so viver de amor…”, mentre rimuovevo mobili e fuliggine, abbracciata da una comunità che per la prima volta si rendeva veramente visibile davanti ai miei occhi.

Tutti neri sotto tute e mascherine, sembravamo tante formiche laboriose. In un attimo di pausa ho alzato gli occhi e mi sono fermata a guardare. E mi è venuto un nodo in gola. Quello che vedevo non era la distruzione del fuoco, ma numerose persone unite da un fine comune, che in un momento di estrema difficoltà e di spavento si abbracciavano, si facevano coraggio, lavoravano insieme. Vedevo davanti ai miei occhi una infinita quantità di amore.

Ho preso mamma Valeria sotto braccio e le ho detto ” Vieni un attimo con me, ti prego” Ci siamo allontanate un pò e ho iniziato a piangere. Lei mi abbracciava e mi diceva di stare tranquilla, io piangevo e basta. Solo dopo qualche minuto sono riuscita a dirle che piangevo di commozione e di gratitudine.

“Vedi quanti siamo? Significa che tutto quello che è successo fino ad ora ci ha reso più uniti e più forti. Significa che la comunità educante non ce la siamo sognata io e Paolo e basta. L’abbiamo costruita tutti insieme. E questo è meraviglioso”. Lei mi ha guardato sorridente e incredula e siamo tornate a lavorare per rimettere a nuovo uno spazio in cui speravamo di tornare in breve e che invece non abbiamo più utilizzato, per motivi indipendenti dalla nostra volontà.

Sullo sfondo di tutto questo, nella mia vita famigliare, altri pensieri rumorosi e costanti non ci davano tregua. Da settembre al giorno dell’incendio una delle persone che amo di più al mondo entrava e usciva da una specie di macelleria messicana che porta il nome di ospedale subendo interventi inutili per diagnosi errate.Unico risultato un ritardo diagnostico su una patologia che richiede intervento tempestivo. E qualche segno sulla sua pellaccia dura. Quel giorno, mentre riprendevo il lavoro in mezzo alla fuliggine, squillò il telefono: ” Ho i risultati della risonanza. E’ un sarcoma. Li ho appena presi. Tu che stai facendo?” “Sto svuotando la scuola, stanotte c’è stato un incendio”

“Cazzo. E adesso?” ” Adesso, un pezzo alla volta, sistemiamo la scuola e pure il sarcoma.”

“Ok, vado dal medico ci sentiamo più tardi”.

Ora sono passati mesi. E tante altre piccole grandi disavventure.

Il sarcoma ha ricevuto il suo sfratto esecutivo l’otto giugno.

Era così affezionato alla sua casa che ci sono volute otto ore di intervento.

La trafila è ancora lunga ma lui, il nostro caro Amilcare, è stato buttato fuori.

E lei è più bella che mai, con i suoi pregi e le sue paturnie  che la rendono meravigliosamente unica.

Dopo tre giorni gironzolava sui suoi piedi nel cortile dell’ospedale di Padova (come potete vedere qui a fianco) col sorriso vittorioso di chi si è rimesso miracolosamente in piedi.

 

L’Asilo nel bosco oggi ha una nuova sede e finalmente è scritto nero su bianco. E altrettanto ufficiale è che ci sarà un nuovo progetto di scuola primaria che rispecchia i principi in cui crediamo.

La comunità del bosco ha subito tante scosse ma le ultime assemblee sono state la dimostrazione che le avversità hanno solo fatto chiarezza in ogni famiglia su ciò che cercava dal progetto e su come voleva starci dentro. Qualcuno se n’è andato, qualcuno è arrivato nel bel mezzo delle tempeste. Qualcuno ha tenuto duro e ora gode di tanta bellezza.

Come avviene sempre, la vita ci sta ripagando di tutte le fatiche, di tutte le paure, di tutte le notti passate a pensare e a parlare immaginando soluzioni.

E quello che ci sta regalando è quanto di più prezioso avremmo potuto ricevere, con una meravigliosa ciliegina sulla torta…

 

 

 

 

 

Alziamo la voce… e mettiamoci a cantare

Alziamo la voce… e mettiamoci a cantare

Giorni difficili, questi. Giorni in cui la mia determinazione a restare in questo Paese vacilla. Perché mi domando quanto sia giusto non portare via i miei figli da un Paese in cui sulla carta puoi fare tante cose ma nella realtà non puoi fare niente.

Negli ultimi tempi i provvedimenti restrittivi sono stati davvero imbarazzanti. Dall’obbligatorietà di esame annuale per i bambini in educazione parentale a quella vaccinale.

Ma come è possibile? Sono giorni che penso all’ultima scena di Braveheart, in cui lui, splendente nella sua integerrima fierezza, mentre lo squartano grida “Li-ber-tààààà!!!!!”.

E dubito che stasera riuscirò a fare un discorso che segua un filo logico, perché mi sta risalendo tutta la “monnezza” che ho visto, sentito e subìto.

Penso a tutto quello che non funziona. Di solito mi soffermo sulla bellezza ma stasera non ce la faccio.

Sarà che mi manca Paolo, sarà l’età che avanza, sarà che non ho alcolici a disposizione…

No dai, scherzo. Io bevo solo prosecco e solo di venerdì. Va bè, in casi speciali posso fare eccezioni.

Alcolismo a parte, mi viene da mettere tutto nel calderone. Forse per trasformare cotanto putridume in una magica pozione.

Mi viene da pensare a uno spezzone di ” Figli della libertà” che ho visto oggi in cui Stern sottolinea che siamo l’unica specie che sveglia i figli la mattina. Sarà che io lo trovo estremamente sadico il dover svegliare noi stessi e i figli la mattina…ma secondo me c’ha ragione lui. E’ un modo di vivere assurdo. Sempre dietro all’orologio, senza dare ascolto al ritmo che abbiamo dentro. Se ci pensate per un attimo, è tragicamente assurdo.

E sarà che ero al Forte Prenestino, dopo vent’anni e tre figli, ma nel mio cervello è ripartita la visione di un casale con tante adulti e bambini che si svegliano e lavorano tutti insieme. E vivono tutti insieme. E imparano la vita vivendola, non inchiodati al chiuso su una sedia davanti a un banco.

Che lo so che vivere insieme ad altre famiglie è faticoso e frustrante, ma starsene da soli non lo è?

Come possiamo continuare a chiuderci nelle nostre case e a catalogare il mondo in chi va a scuola e chi no, chi si vaccina e chi no, chi è fricchettone e chi no?

IO NON CE LA FACCIO PIU’.

Possibile che abbiamo perso la visione più generale? Che non riusciamo a vedere nelle altre persone degli esseri umani e basta?

Ci stanno togliendo la possibilità di decidere sulla vita dei nostri figli e leggo post di gente che si accanisce su quanto sia importante vaccinare o su quanto sia pericoloso.

La cosa più pericolosa è la piccolezza dei nostri pensieri.

Io ho sempre difeso la libertà di scelta. Sui vaccini come sull’aborto. Nessuno può decidere meglio di un genitore su ciò che è meglio per un figlio. In entrambe i casi. Non credo che chi vaccina i figli sia un genitore migliore di me che non l’ho fatto e io non mi sento una persona migliore di chi ha interrotto una gravidanza.

Ognuno di noi fa il meglio che può.

Ma in questo Paese è tanto difficile ricordarselo.

Perché si torna indietro invece che andare avanti su cose fondamentali.

La patria podestà te la toglievano per vaccinare tuo figlio quando eravamo piccoli noi, o forse addirittura prima. E ora vogliono riesumare questa incredibile procedura?!? La prossima quale sarà? Lo ius primae noctis?

Ci dobbiamo far sentire. Perché io credo nell’infinita bellezza dell’essere umano ma anche nell’incredibile assuefazione e intorpidimento etico che dà il potere.

Sembra che una volta arrivati nella stanza dei bottoni i nostri governanti entrino in uno stato alterato di coscienza per il quale si dimenticano che fanno scelte sulla pelle di altri esseri umani.

E allora glielo dobbiamo ricordare. Con il loro linguaggio e coi loro mezzi.

E anche se la mia prima reazione è stata ” Mi vado a incatenare sotto Montecitorio”, quarant’anni sono serviti a farmi capire che  in questi casi ci vogliono azioni mirate e oculate. Bisogna scrivere ai giusti mittenti e con le giuste parole. Far partire le denunce tutti insieme e con l’aiuto di chi la legge la conosce (e aggiungo SANTA SUBITO la mia amica/avvocata Eleonora, alla quale va tutta la mia gratitudine da amica, da assistita e da mamma).

Perché se non ricordiamo a chi governa che per i nostri diritti siamo pronti a dargli fastidio, quelli pensano che va bene così.

Dobbiamo essere il sassolino nella scarpa, la spina nel fianco. Perché su tutto quello su cui taciamo, siamo complici e non so voi, ma io non ci sto. Scriverò e andrò alle manifestazioni.

E sarò al fianco  di uno dei miei pezzetti di cuore quando denuncerà il suo caso vergognoso di malasanità coronato da due mesi  di attesa per avere la risposta di un’esame clinico importante che doveva arrivare in venti giorni.

Queste cose vanno denunciate. E non si tratta di vendetta, si tratta di cercare di cambiare le cose che non vanno, si tratta di segnalare una cosa che non funziona per cercare di evitare che altre persone la subiscano.  Dite che non cambia niente? Almeno non saremo complici.

Dobbiamo arginare il letame quando ce lo scaricano addosso, perché dobbiamo indirizzarlo sulle terre da concimare. Su tutto il resto dobbiamo spalmare bellezza. E gentilezza a non  finire. Dateci dentro. E raccontatelo qui oppure qui, perché un atto di amore più si propaga più si moltiplica, fa sentire meglio anche chi lo fa e, magari, alla fine, pure sto schifo de Paese potrà essere meno puzzolente. Conto su di voi, oltre che su di me e per farvi assaggiare subito atti di bellezza privi di senso vi regalo questo gioco.

Buon divertimento a tutt*!