Il permesso di essere felice

Ho compiuto quarant’anni.

Me li porto discretamente, di certo non mi lamento.

Ci sono stati momenti, ne mesi scorsi, in cui la consapevolezza di avere davanti meno strada di quella che ho dietro mi tendeva agguati mozzafiato. Ma sono stati pochi e ben gestiti. Poi con gli agguati ci si fa pace. Come con tutto. Perché in fondo è solo che siamo tremendamente abitudinari e le novità ci scompigliano dentro. Poi diventano parte di noi e tutto torna in ordine. Ci siamo abituati. Quello che ci spaventa è la novità, perché in essa risiede l’ignoto.

Ma credo di aver capito che l’ignoto spesso è meglio di quello che avevamo elucubrato. A volte è anche meglio di quello che ci era già noto. Quindi niente panico e avanti tutta. Con cautela ma senza paura.

Ma non è questa la scoperta che più mi mette sottosopra. No. E’ il fatto che ho capito quanto tutto dipenda da me. Posso scegliere in ogni momento a quale emozione dare spazio. Dipende da me. E allora mi trovo a domandarmi perché ho preferito essere arrabbiata o triste. Perché in quel momento o in quell’altro ho deciso di lasciarmi andare allo sconforto o alla malinconia, invece di coltivare la mia gioia e il mio sorriso? Ancora non ho una risposta, ma intravedo dei barlumi. Mi sto arrabbiando e mi chiedo se vale la pena, sto per farmi travolgere dallo sconforto e mi chiedo se è davvero lì che voglio andare a parare. Ancora non riesco a fermarmi in tempo, ma mi osservo come se non fossi io e incredibilmente capisco che è solo abitudine. C’è qualcosa che mi dice che stare male è più nobile che gioire. Che ridere quando la situazione è grave è inopportuno, che concentrarmi sul lato drammatico delle cose fa di me un essere migliore. Che un momento di serenità me lo devo guadagnare facendo a pugni contro le avversità.

Per quanto sia assurdo e insensato, dentro c’è una vocina che la pensa così, che la vede così, che non conosce altro.

Che dice che la gioia me la devo meritare.

Ma la sto educando. Le sto mostrando che è tutto sottosopra. Come il libro che ho visto ieri.

Si chiama “Un mare di tristezza” è un libro per bambini in cui un pesciolino triste incontra tutti pesci tristi e infine una tartaruga a cui chiede ” Ma perché in questo mare siete tutti tristi?” E la tartaruga gli risponde che non sono tristi, è lui che sta a testa in giù. E sfogliando il libro al contrario tutti i pesci sorridono.

Pare che io abbia un disco inserito che mi dà il permesso di essere fiera e felice solo quando devo affrontare draghi e attraversare inferni emotivi. E sono bravissima a farlo.

Ma ora basta piccola vocetta del remoto passato. Così attiri sfighe a valanga e ingarbugliatissimi labirinti. Perché l’Universo fa di tutto per renderci felici e allora se tu vai dicendo che è questo che mi serve per essere felice, lui prontamente risponde…

Quindi adesso taci. Ho quarant’anni e decido da me. E da ora in poi starai a stecchetto: pane e acqua, finché non diventi così flebile e sottile che voli via libera, liberando anche me.

Ho deciso che merito di essere felice a prescindere. Per il semplice fatto di essere viva.

Senza dovermelo guadagnare affrontando draghi, sceriffi e lande infuocate.

Amen.

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