Perdonatemi amiche mie

Oggi non ho pensato molto alle mie amiche che sono mamme. Giusto il tempo che ci dedichiamo ogni giorno, non un secondo di più. Ho mandato gli auguri alla mia, di mamma, ma nemmeno a lei ho pensato tanto.

Le mamme che mi hanno accompagnato in questa giornata hanno nomi che non conosco e vivono vite che nemmeno riesco a immaginare.

E’ stata con me la mamma delle tre bambine morte nel rogo del camper, in ogni battito del mio cuore, da quando l’ho saputo. Penso a lei ogni giorno. E anche quando mi distraggo qualcosa me la ricorda.

Come il giorno in cui abbiamo passato la giornata in pineta con tutta la tribù dell’asilo nel bosco e a un certo punto è arrivata la polizia.

“Buongiorno”

“Buongiorno… questa è una scuola o sono tutti vostri?”

Ride e poi aggiunge: ” Siamo qui per quella tenda. Ormai le persone sono fobiche, come vedono una tenda pensano agli immigrati che si piazzano dappertutto. Va bè, non mi pare un rifugio notturno, è per far giocare i bambini ,no? ”

Ed è andata via. Lasciandomi addosso una tristezza pesante come un cappotto di altri tempi.

E’ stata con me Maysam oggi. Lei che insieme al marito ha portato le sue figlie sane e salve in un Paese dove non cadono le bombe. Lei che oggi può festeggiare il suo compleanno in una casa: dopo un viaggio infinito, un centro di prima accoglienza, l’incertezza fatta di ore, poi di giorni e di mesi che non ha mai scalfito il suo sorriso.

Non so se la rivedrò ma sarà sempre nel mio cuore, come la più piccola delle sue figlie che ho avuto la gioia di abbracciare ogni giorno per quel breve periodo in cui è stata con noi.

Sono state con me tutte quelle mamme che non hanno mai abbracciato i loro figli, per scelta o per destino.

Tutte quelle che li hanno visti partire senza sapere se sarebbero riusciti ad arrivare.

Tutte quelle che crollano perché non ce la fanno ad essere come la mamma del mulino bianco e sono convinte che allora non sono all’altezza.

Tutte quelle a cui è stata rubata la poesia della nascita.

Tutte quelle che ogni sera, guardando le proprie creature addormentate sentono che, nonostante tutto, domani sarà un giorno migliore.

Tutte quelle che anche quando danno tutto non si sentono abbastanza, come me.

Quest’anno, più che mai, la festa della mamma mi innervosisce e mi rende malinconica.

Mi mette di fronte ai miei limiti, alle mie elucubrazioni.

Mi ricorda che non siamo abituati a prenderci cura gli uni degli altri, che siamo davvero spaventati gli uni dagli altri, spaventati da chi non conosciamo e soprattutto da chi arriva vicino a noi in cerca di una vita migliore, qualunque sia il motivo per cui fugge. Perché non importa se arrivi dalla Calabria in cerca di fortuna o dalla Siria per scappare dalla guerra, in ogni caso sei un invasore.

Ma come abbiamo fatto a ridurci così?

Questo mi chiedo oggi. Perché non riusciamo a sentire la necessità di condividere ciò che abbiamo noi con ciò che ci porta chi non conosciamo? Perché continuiamo a sentire questa divisione, perché non riusciamo a sentire quanto siamo tutti semplicemente e meravigliosamente fragili, vulnerabili, bisognosi di stare insieme, gli uni con gli altri?

Abbiamo bisogno di etichettare per non farci contaminare, per non farci toccare dai dolori altrui.Abbiamo bisogno di vivere sotto costante anestesia per sentirci al sicuro.

Di fronte a una famiglia devastata da un incendio ho sentito soprattutto elucubrazioni su un regolamento di conti.

Di fronte a tre esseri umani arsi vivi e a una madre che gli sopravvive, io PRETENDO che ognuno di noi rabbrividisca, sia indignato, sgomento, addolorato. E solo dopo inizi a pensare a perché o come.

Pretendo che si metta da parte la paura di soffrire, il terrore che la tragedia di un altro ci possa “contagiare”.

Invece ci teniamo a distanza e facciamo finta che non ci riguardi per avere l’illusione di esserne rimasti incolumi. Ogni tragedia  in qualche modo ci tocca e dovremmo avere il coraggio di lasciare andare una piccola parte di noi per contribuire a sanarla. E’ necessario che si tiri fuori l’unica cosa che serve in questi casi. La partecipazione. Il lasciare che quel dolore ci tocchi affinché il nostro cuore si muova per far arrivare il nostro amore a queste persone. Da vicino, da lontano, dappertutto.

 

E siccome tutto questo non accade, vaffanculo pure alla festa della mamma. Che tanto a quest’ora i bambini dormono e le parolacce si possono dire.

Un vaffanculo gonfio di rabbia, di lacrime e di amore.

 

 

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