Racconto breve di un anno pieno come un secolo.

Esattamente un anno fa iniziavano una serie di eventi che avrebbero messo la nostra vita in una specie di centrifuga gigante che a volte rallentava solo per prendere la rincorsa per ripartire più violenta di prima. La sensazione di essere su una barchetta in un oceano in tempesta è stata quella che ha predominato fino a qualche mese fa, ma col senno di poi quello che vedo è che tutto questo “strizzamento”, che ci ha stropicciati e a tratti confusi, ha scaraventato lontano da noi tutto quello di cui non avevamo più bisogno. Come tutte le separazioni ogni congedo affrontato in questi dodici mesi ha portato dubbi, dolore, rabbia ma anche profonda rinascita. E come sempre ogni persona che si è allontanata ha lasciato spazio a qualcun’altro che doveva arrivare, ha lasciato il suo prezioso contributo e, portandosi via un pezzetto di noi, ci ha regalato uno spazio per accogliere un nuovo dono, un nuovo prezioso germoglio che si è poi fatto spazio nei nostri cuori e intorno a noi.

Tutto è nato a Panta rei, quando abbiamo incontrato il Sussurra-sogni: un albero magico, con un nodo nella corteccia dalla forma esatta di un orecchio. Ognuno di noi, adulti e bambini, gli ha regalato un sogno. Io non avevo ancora ben chiaro quanto possa essere portentosa una richiesta fatta col cuore e ancor meno quanto siano importanti le parole che si usano per farlo e chiesi che tutti i problemi legati all’Emilio si risolvessero entro la fine dell’anno. Immaginavo per tutte le persone coinvolte un lieto fine, una conclusione felice e soddisfacente…ma mentre sussurravo questo desiderio all’orecchio dell’albero, le mie parole  mi risuonavano come una sentenza, ho avuto la sensazione di aver firmato una specie di patto col diavolo e non ne capivo il perché. Non avevo formulato la mia richiesta nel modo appropriato e una parte di me lo aveva subito capito.

Il 27 dicembre  L’Emilio è stato chiuso. Con atto forzoso, violento e indipendente dalla  mia possibilità di fare qualunque cosa a riguardo.

Ho imparato che l’Universo ti prende alla lettera e che nell’esprimere una richiesta è necessario specificare anche il “come” vorremmo che avvenga. Nei mesi successivi all’incontro col Sussurra-sogni ho imparato molto su come le nostre intenzioni materializzano la nostra realtà e su quanto siano importanti le parole e i pensieri che formuliamo.

Non era così che avrei voluto salutare  L’Emilio, avrei voluto un congedo dolce, senza clamore, un cerchio che si chiude in maniera armonica attutendo le emozioni negative tipiche di ogni cosa che finisce. Invece, come era già accaduto qualche mese prima con la scissione dell’Asilo nel Bosco, fu un vortice di pensieri, di recriminazioni, di dolore con la pesante aggravante economica che comporta la chiusura improvvisa di un’attività.

La centrifuga ha rallentato un altro po’ e poi è ripartita di nuovo. Il gruppo di lavoro perde pezzi, ma  quelli che restano non mollano, lavorano con più tenacia e più convinzione, sostengono i genitori che vacillano di fronte ai mille cambiamenti, amano ancora più forte ogni bambino per attutire ogni singolo distacco. E quando sembra che si sia trovato un buon equilibrio, la mattina del 27 marzo…

Vengo svegliata dalle urla dei vicini “Al fuoco, al fuoco!” Mi sembrava di essere in un film. Non sapevo se essere più spaventata o incredula. In questo stato di stordimento, coi miei figli addormentati in casa e Paolo lontano per lavoro, insieme ai vicini abbiamo cercato di spegnere le fiamme e chiamato i vigili del fuoco.

Erano le sei e mezza. Alle 7.10 ho chiamato il maestro Luca che stava per arrivare ignaro di tutto e alle 7.30 il gruppo di lavoro era operativo alla fattoria “C’era una volta” a breve distanza dal rogo e al sicuro.

Alle 8 era tutto un pullulare di genitori che pulivano, svuotavano, portavano detersivi, mascherine, idropulitrici, viveri.

Io ho accompagnato i miei figli in fattoria, chiamato Paolo per avvisarlo che era tutto sotto controllo nonostante l’accaduto e mi sono rimboccata le maniche. Fresca del concerto di Mannarino che mi aveva riempita il cuore due sere prima, non facevo che cantare “Eu quero viver como um beija flor, eu quero so viver de amor…”, mentre rimuovevo mobili e fuliggine, abbracciata da una comunità che per la prima volta si rendeva veramente visibile davanti ai miei occhi.

Tutti neri sotto tute e mascherine, sembravamo tante formiche laboriose. In un attimo di pausa ho alzato gli occhi e mi sono fermata a guardare. E mi è venuto un nodo in gola. Quello che vedevo non era la distruzione del fuoco, ma numerose persone unite da un fine comune, che in un momento di estrema difficoltà e di spavento si abbracciavano, si facevano coraggio, lavoravano insieme. Vedevo davanti ai miei occhi una infinita quantità di amore.

Ho preso mamma Valeria sotto braccio e le ho detto ” Vieni un attimo con me, ti prego” Ci siamo allontanate un pò e ho iniziato a piangere. Lei mi abbracciava e mi diceva di stare tranquilla, io piangevo e basta. Solo dopo qualche minuto sono riuscita a dirle che piangevo di commozione e di gratitudine.

“Vedi quanti siamo? Significa che tutto quello che è successo fino ad ora ci ha reso più uniti e più forti. Significa che la comunità educante non ce la siamo sognata io e Paolo e basta. L’abbiamo costruita tutti insieme. E questo è meraviglioso”. Lei mi ha guardato sorridente e incredula e siamo tornate a lavorare per rimettere a nuovo uno spazio in cui speravamo di tornare in breve e che invece non abbiamo più utilizzato, per motivi indipendenti dalla nostra volontà.

Sullo sfondo di tutto questo, nella mia vita famigliare, altri pensieri rumorosi e costanti non ci davano tregua. Da settembre al giorno dell’incendio una delle persone che amo di più al mondo entrava e usciva da una specie di macelleria messicana che porta il nome di ospedale subendo interventi inutili per diagnosi errate.Unico risultato un ritardo diagnostico su una patologia che richiede intervento tempestivo. E qualche segno sulla sua pellaccia dura. Quel giorno, mentre riprendevo il lavoro in mezzo alla fuliggine, squillò il telefono: ” Ho i risultati della risonanza. E’ un sarcoma. Li ho appena presi. Tu che stai facendo?” “Sto svuotando la scuola, stanotte c’è stato un incendio”

“Cazzo. E adesso?” ” Adesso, un pezzo alla volta, sistemiamo la scuola e pure il sarcoma.”

“Ok, vado dal medico ci sentiamo più tardi”.

Ora sono passati mesi. E tante altre piccole grandi disavventure.

Il sarcoma ha ricevuto il suo sfratto esecutivo l’otto giugno.

Era così affezionato alla sua casa che ci sono volute otto ore di intervento.

La trafila è ancora lunga ma lui, il nostro caro Amilcare, è stato buttato fuori.

E lei è più bella che mai, con i suoi pregi e le sue paturnie  che la rendono meravigliosamente unica.

Dopo tre giorni gironzolava sui suoi piedi nel cortile dell’ospedale di Padova (come potete vedere qui a fianco) col sorriso vittorioso di chi si è rimesso miracolosamente in piedi.

 

L’Asilo nel bosco oggi ha una nuova sede e finalmente è scritto nero su bianco. E altrettanto ufficiale è che ci sarà un nuovo progetto di scuola primaria che rispecchia i principi in cui crediamo.

La comunità del bosco ha subito tante scosse ma le ultime assemblee sono state la dimostrazione che le avversità hanno solo fatto chiarezza in ogni famiglia su ciò che cercava dal progetto e su come voleva starci dentro. Qualcuno se n’è andato, qualcuno è arrivato nel bel mezzo delle tempeste. Qualcuno ha tenuto duro e ora gode di tanta bellezza.

Come avviene sempre, la vita ci sta ripagando di tutte le fatiche, di tutte le paure, di tutte le notti passate a pensare e a parlare immaginando soluzioni.

E quello che ci sta regalando è quanto di più prezioso avremmo potuto ricevere, con una meravigliosa ciliegina sulla torta…

 

 

 

 

 

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