Non è chiara l’aria che tira…

Non è chiara l’aria che tira…

Voglio unirmi alle riflessioni di Andrea Rubera sull’imbarazzante puntata della trasmissione “L’aria che tira” di lunedì scorso.
Perché anche se io e la mia famiglia abbiamo fatto un’apparizione (fortunatamente) molto breve al suo interno, anche quella manciata secondi è stata assolutamente decontestualizzata e snaturata.
Mi era stato chiesto di parlare di maternità, di portare una testimonianza su tutta una serie di pratiche educative rispettose della fisiologia dei bambini.  Read more

Allattamento “prolungato”?

Quanto dovrebbe durare l’allattamento? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei primi 6 mesi di vita i neonati dovrebbero cibarsi solo di latte di mamma e una volta introdotti alimenti complementari si dovrebbe comunque continuare ad allattare a richiesta fino al secondo anno d’età e oltre. Ma quanto ci suona strano tutto questo? Spesso quando si parla di allattamento ci si ritrova a discutere e generalmente c’è chi spinge per l’allattamento sempre, comunque e a oltranza e chi, invece dice che “a un certo punto questo seno glielo devi togliere e basta, che tanto è solo un vizio!”.
Io credo che l’allattamento sia solo uno dei tanti aspetti di una famiglia, di ogni singola coppia madre-figlio. Non credo che si possa stabilire una teoria generale su quando o come si dovrebbe smettere di allattare, come accade anche per lo spannolinamento, o per abbandonare il ciuccio.
Penso piuttosto che ogni famiglia abbia i suoi tempi e i suoi modi. Alma e Wilma hanno poppato a richiesta fino a 22 mesi. Poi io non mi sentivo più di continuare e ho interrotto. Loro si sono adeguate. Alma in modo soft, Wilma con non poche proteste.
A ripensarci ancora mi dispiace, perché so che con prepotenza ho messo una mia esigenza davanti ad una loro. Ma so che avevo dato tutto e me ne faccio una ragione.
Anche qui il segreto sta tutto nello stare a guardare.
I bimbi lo sanno, le mamme anche.
In una famiglia sana, in cui le dinamiche sono foriere di benessere e gioia per tutti, non sarà la durata dell’allattamento a determinare questa o quella eventuale conseguenza. Perché allattare è un aspetto fondamentale dei primi mesi e anni di vita MA NON IL SOLO e forse nemmeno il più importante. E allora quando vedo la bellezza delle mie figlie e magari le vedo essere amorevoli coi bimbi più piccoli mi dico che tutto sommato anche se ho forzato l’interruzione, in fondo con tutto il resto abbiamo compensato. Pepe Lucho compirà tre anni tra meno di una settimana e poppa ancora. A volte lo guardo e mi sembra così grande che mi stupisco quando si avvicina barcollando e mi dice : “Mamma sono stanco, voglio la sisa…”. A volte mi domando se stavolta sarà prima lui a stancarsi e dire basta. Ci sono settimane in cui sembra che se ne stia piano piano dimenticando, ora da dieci giorni popperebbe tutto la notte. Ma io non credo che questo allattamento “prolungato” gli stia creando dipendenza, né che sia un modo per tenerlo attaccato a me. Credo che sia un processo che si concluderà quando sarà tempo. Ovvero quando uno dei due non ne vorrà più sapere.
Allattare è un atto d’amore e di comunione e come tutte le storie d’amore va avanti finché le due persone coinvolte la alimentano e al tempo stesso se ne nutrono. Quando uno dei due smette, allora tutto si trasforma.
Nessuno può dire ad una mamma come e quanto allattare, perché solo lei e il suo bambino sanno la verità.
Quello che ho constatato io in ormai 12 anni di lavoro in asilo nido è che dell’allattamento si parla poco e male. Siamo figli di un’epoca che spinge al distacco precoce, alla forzata indipendenza, ai bisogni indotti. Le mamme vengono portate a pensare che prima abituano i loro piccolo a stargli lontani e meglio è, per mille assurdi motivi:” tanto poi devi tornare a lavorare ,poi come fa?”” E tu che fai non esci più? Un biberon di latte artificiale che sarà mai, lo lasci al papà e vai a rilassarti un po’!”. Purtroppo su argomenti come questi è vero tutto e il contrario di tutto.
E’ vero che ogni tanto una mamma deve rilassarsi senza figli, ma è pur vero che se non sta via sei ore, suo figlio può resistere.
E’ vero anche che tanto dobbiamo tornare al lavoro quando i figli sono minuscoli, ma se hanno avuto una mamma presente e hanno la famosa base sicura, affronteranno meglio la frustrazione della nostra assenza.
Ho visto tante mamme smettere di allattare per informazioni carenti o addirittura sbagliate e la maggioranza in seguito ne parlava con rammarico. Le mamme devono sapere quanto prezioso è il loro latte e il legame di attaccamento che questo crea.
Mentre scrivo sento in tv di pediatri indagati per aver spinto tante neo-mamme a dare latte artificiale in cambio di buoni viaggio. E’ un altro terribile aspetto di questo  Paese e di questa epoca in cui qualunque cosa viene dopo il denaro.
Allattare è un modo di essere madre che nessuno può toglierci, come guardare il cielo, respirare l’odore della terra bagnata, riscoprire la gioia di vivere con semplicità.
Sarebbe un peccato non godere fino in fondo di questi attimi preziosi. Domani non ci saranno più ma saranno nel nostro cuore come bellissimi ricordi, come terreno fertile su cui continuerà a crescere il nostro amore.

Favola dei caldomorbidi

C’era una volta,
molto, molto, molto tempo fa, un luogo dove vivevano delle persone felici. 
Fra queste persone felici ce n’erano due che si chiamavano Luca e Vera. 
Luca e Vera vivevano con i loro due figli Elisa e Marco.
Per poter comprendere quanto erano felici, dobbiamo spiegare come erano solite andare le cose in quel tempo e in quel luogo.
Vedete, in quei giorni felici, quando un bimbo nasceva trovava nella sua culla, posto vicino a dove appoggiava il suo pancino, un piccolo, soffice e caldo sacchetto morbido. E, quando il bambino infilava la sua manina nel sacchetto, poteva sempre estrarne un… “caldomorbido“.
I caldomorbidi in quel tempo erano abbondantissimi e molto richiesti perché, in qualunque momento una persona ne sentisse il bisogno, poteva prenderne uno e subito si sentiva calda e morbida a lungo.
Se, per qualche motivo, la gente non avesse ricevuto con una certa regolarità dei caldomorbidi, avrebbe corso il rischio di contrarre una strana e rara malattia. Era una malattia che partiva dalla spina dorsale e che lentamente portava la persona ad incurvarsi, ad appassire e poi a morirne.
In quei giorni era molto facile procurarsi i caldomorbidi: se qualcuno li chiedeva, trovava sempre qualcun altro che li dava volentieri. 
Quando uno, cercando nel suo sacchetto, tirava fuori un caldomorbido, questo aveva la dimensione di un piccolo pugno di bambina ed un colore caldo e tenero. E subito, vedendo la luce del giorno, questo sorrideva e sbocciava in un grande e vellutato caldomorbido.
E quando era posto sulla spalla di una persona, o sulla testa, o sul petto, e veniva accarezzato, piano piano si scioglieva, entrava nella pelle e subito la persona si sentiva bene e per lungo tempo.
La gente a quel tempo si frequentava molto e si scambiava reciprocamente caldomorbidi
Naturalmente questi erano sempre gratis ed averne a sufficienza non era mai un problema.
Come dicevamo poc’anzi, con tutta questa abbondanza di caldomorbidi, in questo paese tutti erano felici e contenti, caldi e morbidi per la gran parte del tempo.
Ma, un brutto giorno, una strega cattiva che viveva da quelle parti si arrabbiò, perché, essendo tutti così felici e contenti, nessuno comprava le sue pozioni e i suoi unguenti.
La strega, che era molto intelligente, studiò un piano diabolico.
Una bella mattina di primavera, mentre Vera giocava serena in un prato con i bambini, avvicinò Luca e gli sussurrò all’orecchio:
“Guarda Luca, guarda Vera come sta sprecando tutti i caldomorbidi che ha, dandoli a Elisa. Sai, se Elisa se li prende tutti, può darsi che, a lungo andare, non ne rimangano più per te”.
Luca rimase a lungo soprappensiero. Poi si voltò verso la strega e disse: “Intendi dire che può succedere di non trovare più caldomorbidi nel nostro sacchetto tutte le volte che li cercheremo?”.
E la strega rispose: “Proprio così. Quando saranno finiti, saranno finiti. E non ne avrete assolutamente più”.
Detto questo volò via, sghignazzando fra sé.
Luca fu molto colpito da quanto aveva detto la strega e da quel momento cominciò ad osservare e a ricordare tutti i momenti in cui Vera dava caldomorbidi a qualcun altro.
Di lì in poi divenne timoroso e turbato, perché gli piacevano i caldomorbidi di Vera e non voleva proprio rimanere senza. 
E pensava pure che Vera non facesse una cosa buona a dare tutti quei caldomorbidi ai bambini e alle altre persone.
Cosi cominciò ad intristirsi tutte le volte che vedeva Vera elargire un caldomorbido a qualcun altro. E poiché Vera gli voleva molto bene, essa smise dì offrire così spesso caldomorbidi agli altri, riservandoli invece per lui.
I bambini, vedendo questo, cominciarono naturalmente a pensare che fosse una cattiva cosa dar via caldomorbidi a chiunque e in qualsiasi momento venissero richiesti o si desiderasse farlo e, piano piano, senza quasi nemmeno accorgersene, diventarono sempre più timorosi di perdere qualcosa.
Così anch’essi divennero più esigenti. 
Tennero d’occhio i loro genitori e, quando vedevano che uno di loro donava un caldomorbido all’altro, anche loro impararono a intristirsi. Anche i loro genitori se ne scambiavano sempre di meno e di nascosto, perché così pensavano che non li avrebbero fatti soffrire.
Sappiamo bene come sono contagiosi i timori. Infatti, ben presto queste paure si sparsero in tutto il paese e sempre meno si scambiarono caldomorbidi.
Nonostante ciò le persone potevano comunque sempre trovare un caldomorbido nel loro sacchetto tutte le volte che lo cercavano, ma essi cominciarono a estrarne sempre meno, diventando nel contempo sempre più avari.
Presto la gente cominciò a sentire mancanza di caldomorbidi e, di conseguenza, a sentire meno caldo e meno morbido. Poi qualcuno di loro cominciò ad incurvarsi e ad appassire e talvolta persino a morire. 
Quella malattia, dovuta alla mancanza dì caldomorbidi, che prima della venuta della strega era molto rara, ora colpiva sempre più spesso.
E sempre di più la gente andava ora dalla strega per comprare pozioni e unguenti, ma, nonostante ciò, non aveva l’aria di star meglio.
Orbene, la situazione stava diventando di giorno in giorno più seria. 
A pensarci bene la strega cattiva in realtà non desiderava che la gente morisse (infatti pare che i morti non comprino balsami e pozioni), così cominciò a studiare un nuovo piano. 
Fece distribuire gratuitamente a ciascuno un sacchetto in tutto simile a quello dei caldomorbidi, ma questo era freddo mentre l’altro era caldo. Dentro il sacchetto della strega infatti c’erano i “freddoruvidi“. 
Questi freddoruvidi non facevano sentire la gente calda e morbida ma fredda e scontrosa. 
Comunque fosse, i freddoruvidi un effetto ce l’avevano: impedivano infatti che la schiena della gente si incurvasse più di tanto e, anche se sgradevoli, servivano a tenere in vita gli abitanti di quel paese che una volta era stato felice.
Così tutte le volte che qualcuno diceva: “Desidero un caldomorbido“, la gente, arrabbiata e spaventata per il loro rarefarsi, rispondeva: “Non ti posso dare un caldomorbido, vuoi un freddoruvido?”.
E, a volte, capitava persino che due persone a passeggio insieme pensavano che avrebbero potuto scambiarsi dei caldomorbidi, ma una o l’altra delle due, aspettando che fosse l’altra ad offrirglielo, finiva poi per cambiare idea, e si scambiavano dei freddoruvidi.
Stando così le cose, ormai sempre meno gente moriva di quella malattia, ma un sacco di persone erano sempre infelici e sentivano molto freddo e molto ruvido.
E’ inutile dire che questo fu un periodo d’oro per gli affari della strega.
La situazione peggiorava ogni giorno. 
I caldomorbidi, che una volta erano disponibili come l’aria, divennero merce di grande valore e questo fece sì che la gente fosse disposta ad ogni sorta di cose pur di averne. In certi casi i caldomorbidi venivano estorti con l’inganno, in altri con violenza e, quando ciò avveniva, succedeva una cosa strana: questi non sorridevano più, sbocciavano poco e diventavano scuri.
Prima che la strega facesse la sua apparizione la gente era solita trovarsi in gruppi di tre o di quattro o anche di cinque persone senza minimamente preoccuparsi di chi fosse a dare i caldomorbidi
Dopo la venuta della strega la gente cominciò a tenere per sé tutti i propri caldomorbidi, e a darli al massimo ad un’altra persona. Qualche volta succedeva che quelli che davano a persone esterne dei caldomorbidi si sentivano in colpa perché pensavano che il proprio partner molto probabilmente ne sarebbe stato dispiaciuto e geloso. E quelli che non avevano trovato un partner sufficientemente generoso andavano a comprare i loro caldomorbidi e questo gli costava molte ore di lavoro per racimolare il denaro.
Un altro fatto sorprendente ancora succedeva. Alcune persone prendevano i freddoruvidi, che si trovavano facilmente e gratuitamente, li camuffavano ad arte con un’apparenza piacevole e morbida e li spacciavano per caldomorbidi. Questi caldomorbidi contraffatti venivano chiamati caldomorbidi di plastica e finirono per procurare guai ulteriori.
Per esempio, quando due persone si volevano scambiare reciprocamente dei caldomorbidi pensavano, è ovvio, che si sarebbero sentiti bene, ma, in realtà, nulla cambiava e continuavano a sentirsi come prima e forse anche un pochino peggio. Ma, poiché pensavano in buona fede di essersi scambiati dei caldomorbidi genuini, rimanevano molto confusi e disorientati, non comprendendo che il loro freddo e le loro sensazioni sgradevoli erano in realtà il risultato dell’essersi scambiati caldomorbidi di plastica.
Così la situazione si aggravava di giorno in giorno.
I caldomorbidi erano sempre più rari e, a volte, anche guardati con sospetto, perché si confondevano con quelli di plastica, contraffatti.
I freddoruvidi erano abbondanti e sgradevoli e tutti pareva volessero regalarli agli altri. 
C’era molta tristezza, paura e diffidenza e tutto questo era iniziato con la venuta della strega, che aveva convinto le persone che, a forza di scambiarsi caldomorbidi, un giorno non lontano avrebbe avuto la sorpresa di scoprire che erano finiti.
Passò ancora del tempo e, un giorno, una donna florida e graziosa, nata sotto il segno dell’Acquario, giunse in quel paese sfortunato, portando il suo sorriso limpido e cordiale.
Non aveva mai sentito parlare della strega cattiva e non nutriva alcun timore che i suoi caldomorbidi finissero. 
Li dava liberamente, anche quando non erano richiesti. 
Molti la disapprovavano perché pensavano che fosse sconveniente per i bambini vedere queste cose e temevano per la loro educazione
Ma essa ai bambini piacque molto, tanto che la circondavano in ogni momento. E anche loro cominciarono a provare gusto nel dare agli altri caldomorbidi quando gliene veniva voglia. I benpensanti corsero ben presto ai ripari facendo approvare una legge per proteggere i bambini da un uso spregiudicato di caldomorbidi
Secondo questa legge era un crimine punibile dare caldomorbidi ad altri che non alle persone per cui si avesse avuto una licenza. E, per maggiore garanzia, queste licenze di darsi caldomorbidi si potevano avere per una sola persona e spesso duravano tutta la vita.
Molti bambini comunque fecero finta di non conoscere la legge e, in barba a questa, continuarono a dare ad altri caldomorbidi quando ne avevano voglia o quando qualcuno glieli chiedeva. 
E, poiché c’erano molti, molti bambini – così tanti forse quanto i benpensanti – cominciò ad apparire chiaro che la cosa era molto difficile da contenere.
A questo punto sarebbe interessante sapere come andò a finire. Riuscì la forza della legge e dell’ordine a fermare i bambini? Oppure furono invece i benpensanti a scendere a patti? 
E Luca e Vera, ricordando i giorni felici dove non c’era limite di caldomorbidi, ricominciarono a donarli ancora liberamente?
La ribellione serpeggiava ovunque nel paese e probabilmente toccò anche il luogo dove vivete. 
Se voi volete (e io sono sicuro che voi lo volete), potete unirvi a loro a offrire e a chiedere caldomorbidi e, in questo modo, diventare autonomi e sani senza più il rischio che la vostra schiena si ripieghi per la sofferenza e rischi di raggrinzirsi.

Claude Steiner, 1969.


Perché i bambini dormono “a modo loro”.

Mi sono imbattuta in questo interessante articolo e volevo condividerlo con voi. Trovate “l’originale” sul sito de “La Leche League Italia“:

L’evoluzione del sonno del neonato


James McKenna
, intervento al convegno de La Leche League International, 1997.

Abbiamo letto nel libro Genitori di giorno e di notte del dottor Sears che i neonati dormono in maniera diversa dagli adulti, soprattutto perché hanno più sonno attivo (REM) che sonno passivo (non REM), visto che il primo è fondamentale per loro crescita neurologica. Un altro studioso del sonno, il dottor James McKenna, antropologo e professore nel dipartimento di neurologia all’università della California e ricercatore sulla SIDS (sindrome della morte improvvisa del lattante) da oltre 10 anni, ha cercato di approfondire la vera natura del sonno di un neonato, sano e nato termine, dal punto di vista evolutivo – cioè come il suo corpo sia stato programmato biologicamente per dormire. Ha studiato quelle che lui definisce le “aspettative biologiche” del neonato rispetto alle sue esperienze di sonno, in contrasto con le nostre “aspettative culturali”, e ha riscontrato un enorme abisso.

Il dottor McKenna fa notare come recenti modelli pediatrici e psicologici, assieme a nuove ideologie, convenienze e valori culturali, abbiano formato la nostra opinione su come un bambino “normalmente” dovrebbe dormire; ma questo è in netto contrasto con ciò che è importante per il neonato dal punto di vista biologico e dello sviluppo.
In questa nostra epoca, quindi, dice McKenna, stiamo provocando nel neonato umano un nuovo tipo d’esperienza di sonno.
Origini evolutive del modo di dormire della specie umana.


La struttura, il comportamento, lo sviluppo fisiologico dei nostri neonati si formò migliaia e migliaia di anni fa, tra l’epoca dei cacciatori-raccoglitori e la rivoluzione agricola – il che storicamente ci può sembrare tanto, osserva McKenna, ma dal punto di vista biologico è estremamente recente. Il modus vivendi dei nostri antenati ha sviluppato quelle caratteristiche di sopravvivenza che abbiamo oggi. Infatti, dice l’antropologo, nonostante grandissime differenze culturali nel mondo, ritroviamo una base comune a tutti i neonati, che si è sviluppata in questo periodo in cui gli esseri umani sono stati “scolpiti” per adattarsi meglio al loro modo di vita.
James McKenna fa un passo indietro per parlare di una fondamentale differenza tra gli esseri umani e gli altri primati: la nostra circonferenza cranica fetale è in media più grande dell’apertura pelvica media (questo sarebbe avvenuto quando abbiamo acquisito la posizione eretta), e per questo i nostri cuccioli nascono estremamente immaturi in confronto agli altri mammiferi. Abbiamo il cervello meno maturo neurologicamente alla nascita, con solo il 25% del suo volume definitivo.
Gli scimpanzé nascono con il 45% del volume del loro cervello, eppure i loro piccoli vengono portati addosso in media dai due-quattro anni e allattati altrettanto a lungo.
Gli esseri umani terminano la maggior parte della gestazione fuori dell’utero (dentro sarebbe impossibile proprio per via della grandezza del cranio rispetto allo scavo pelvico). I neonati dovrebbero stare almeno altri sei mesi nell’utero materno per essere vicini come sviluppo agli altri cuccioli mammiferi, afferma McKenna, e quindi necessitano di un ambiente ricco di cure per il loro sviluppo. Condividere il sonno, quindi, è una decisione fisiologica.
Noi facciamo parte delle specie che “portano” i loro cuccioli, come le scimmie e in particolare i primati (scimmie antropomorfe). Il nostro latte è stato disegnato per un cucciolo che viva costantemente con sua madre, che mangi frequentemente giorno e notte – a differenza delle specie che “cacciano”, il cui latte è altamente proteico, ricco di grassi, povero di zuccheri e molto calorico, il che permette alle madri di lasciare le tane, cercare il cibo e tornare per allattare; i loro cuccioli sono sazi più a lungo e possono quindi stare dei periodi lunghi senza la mamma.
La qualità del latte umano, afferma McKenna, suggerisce invece un rapporto di costante contatto o prossimità con la mamma.
Il nostro mondo occidentale industrializzato incoraggia da subito lunghe e frequenti separazioni del neonato dalla madre – da cui al contrario dipende la sua sopravvivenza.
II dottor McKenna sottolinea come i neonati che protestano, che hanno “problemi di sonno”, che sono definiti “patologici” stiano semplicemente cercando di migliorare quello che il loro corpo segnala essere una situazione pericolosa per la loro sopravvivenza: e cioè la separazione dalla madre. I neonati che non possono e non vogliono adattarsi ad un modello culturale arbitrario di separazione NON sono meno intelligenti o meno creativi o meno maturi, dice McKenna: sono probabilmente più vigorosi e agiscono nel loro interesse per cercare di ridurre la separazione.
Pregiudizi e false aspettative

Negli Stati Uniti dal 20% al 40% dei problemi pediatrici coinvolgono questioni di sonno. Per McKenna, questo conflitto genitori / figli sul sonno è in realtà la falsa aspettativa dei genitori su come il bambino DOVREBBE dormire, e come invece il bambino è stato BIOLOGICAMENTE PROGRAMMATO per dormire. Secondo James McKenna, è ingiusto interpretare l’incapacità dei neonati di dormire soli come un fallimento del bambino o dei genitoriI genitori non dovrebbero aspettarsi che i loro bambini dormano tutta la notte a 2, 6, 8 mesi o più: è falso, si svegliano tantissimo! ma se sono vicini ai genitori spesso i genitori nemmeno se ne accorgono. Se invece si svegliano e sono soli, allora il loro scopo è di cercare di ridurre questa separazione, quest’isolamento, questo senso di abbandono col pianto.
I modelli culturali arbitrari di cui parla McKenna hanno diverse origini storiche, tra cui:
il complesso di Edipo freudiano; la crescita della famiglia patriarcale (che è un avvenimento recente); la società vittoriana e le sue nozioni riguardo alla privacy e ai comportamenti sessuali; il movimento moralista nell’Europa ottocentesca.
Si sono quindi create delle credenze popolari del tipo: “Vostro figlio rischia di soffocare se dorme con voi!” “Ci può essere un danno psicologico irreparabile dall’essere troppo intimi o sentire rumori di sesso!” Oppure “I bambini possono intromettersi fra i genitori!” eccetera.
Nulla di tutto questo è stato dimostrato scientificamente, afferma il dottor McKenna. Non esiste neanche uno studio che dimostri i benefici del sonno solitario (tranne in situazioni rischiose per il neonato come materassi ad acqua, genitori che fumano, usano droghe, oppure sono obesi).
Insomma: le nostre ideologie sono cambiate dai nostri antenati cacciatori / raccoglitori di 100.000 anni fa, ma i nostri geni no, i neonati sono esattamente uguali.
I vantaggi biologici del sonno condiviso

McKenna prosegue raccomandandoci di creare degli ambienti di sonno sicuri per i nostri bambini.
I bambini possono soffocare, ma non è facile riuscirci: le ricerche dimostrano la capacità del neonato di proteggere la bocca e le narici dall’occlusione. Nel suo laboratorio di ricerca su sonno, il dottor McKenna e i suoi collaboratori hanno avuto difficoltà ad applicare del cellophane (pellicola) e cotone sul viso di un neonato, perché lui si è difeso in maniera vigorosa. Hanno provato a mettere del cellophane sul suo viso per 20 secondi e poi hanno tentato di infilare del cotone nelle sue narici e ci sono volute due persone per tenerlo fermo perché tentava selvaggiamente di difendere la zona nasale. È una dimostrazione del fatto che i neonati sono strutturati per proteggersi in situazioni di condivisione di sonno, afferma McKenna: è così che hanno vissuto attraverso l’evoluzione, ed è così che vivono in gran parte del mondo.
La letteratura scientifica abbonda dei benefici del contatto fisico tra genitori e bambini. Gli studi sul tatto e sul massaggio, giorno e notte, dimostrano che i livelli di glucosio nel sangue sono più alti, le temperature corporee dei bambini sono più alte, i bambini piangono meno, l’allattamento al seno si stabilisce meglio e i bambini aumentano di peso più velocemente.
Le ultime ricerche de dottor McKenna sono rivolte alla condivisione del sonno tra mamma e bambino, monitorando reazioni fisiche e registrando mamme e bambini che dormono insieme e separatamente. Ha riscontrato che, dormendo insieme, i neonati trascorrono meno tempo nel sonno profondo: in questa fase sarebbe più difficile per loro svegliarsi da situazioni di apnea o pause respiratorie (che sono molto comuni nei neonati). I neonati più a rischio per SIDS sono quelli che hanno un’incapacità di riprendersi da questo stato, e quindi non è nel loro interesse trascorrere 15-20 minuti in un sonno profondo solitario, a differenza di 7-11 minuti in un sonno profondo condiviso. Quando dormono insieme, i bambini e le mamme sono nella stessa fase di sonno.
Conclusioni

McKenna conclude ricordandoci che non solo i neonati portano la loro eredità biologica nel presente, ma anche che noi adulti non avremmo mai dovuto accettare l’idea che loro arrivino già “adattati”, per quanto incredibili e versatili possano essere.
Abbiamo spinto troppo in là le nozioni dell’indipendenza fisiologica del neonato dalla madre, perché questi sono i valori che la nostra società sostiene. Quando, ad esempio, scopriamo una cosa nuova che i nostri piccoli sanno fare pensiamo che sia fantastico: “Guarda, sa già fare così!”.
Ebbene, un conto è riconoscere che i nostri figli si preparano ad adattarsi, dice McKenna, ma un altro è riconoscere che non sono ancora adattati. Per McKenna, la frase del grande pediatra e psicologo infantile Winnicott:* “Non esiste un neonato, esiste un neonato e qualcuno”, è una bella metafora per cercare di capire la natura del sonno dei nostri neonati e come la storia evolutiva umana ci suggerisca di considerarli.
sintesi a cura di Lydia Landi


 Buona notte a tutti!!!


“Un po’ di ciuccio no?”

Quante volte ho sentito questa frase!!! E quante volte ho visto genitori andare nel panico perché “non si trova il ciuccio”. Il post di oggi di Mammartigiana mi ha fatto ripensare a tutto l’universo ciuccesco che ho avuto modo di osservare in questi dieci anni di asilo nido.
Solo lì, perché a casa nostra c’era davvero poco da osservare sulla questione. Nel regalo per la nascita di Alma un gruppo misto di colleghe e amiche ci misero anche un ciuccio, era verde perché non si sapeva il sesso della creatura. E’ ancora in casa da qualche parte,ce lo siamo portato in tutti i nostri traslochi, IMMACOLATO. Io l’ho tirato fuori forse una volta o due, per brevi istanti in cui i risvegli notturni mi facevano vacillare, ma non sono mai arrivata a darglielo. L’idea di mettergli il tappo mi faceva venire un brivido sulla schiena . Le uniche volte che lo hanno assaggiato è stato a scuola,rubandolo a qualche compagno, per la curiosità di capirne il sapore, secondo me, perché subito dopo lo buttavano via. Invece al mare in questi mesi ho visto tante piccole creaturine tappate. Non voglio puntare il dito contro le mamme, ma vorrei stimolare qualche riflessione al riguardo. Perché spesso le scelte delle mamme sono guidate dai consigli degli esperti, dei famigliari, dei vicini. Essere mamma è meraviglioso, ma all’inizio è anche tanto destabilizzante. E se ti senti dire che poi “ti usa come un ciuccio” o che “poi non puoi fare più niente perché vuole solo il seno e non lo puoi lasciare” beh, magari un pensierino ce lo fai. Ma nessuno ti aiuta a riflettere sul fatto che dare il ciuccio è un messaggio chiaro che dice “se hai un problema lo puoi risolvere con un oggetto”. Non una persona o un gesto, UN OGGETTO. Mi sembra chiaro che questo è molto funzionale alla società consumistica in cui viviamo, ma è altrettanto evidente quanto questo sia ASSURDO e INNATURALE. Spesso sento dire “non può avere fame, ha appena poppato!” certo, magari ha sete, o non aveva finito, o vuole solo tornare nel suo piccolo paradiso di poppante. “Mica puoi stare sempre con le tette al vento!” anche questa va per la maggiore. Non sarà per sempre, i bimbi crescono così in fretta…ed hanno bisogno solo di voi. Non del ciuccio. Il ciuccio è solo un tappo. Ergonomico, personalizzato, hi-tech ma sempre un tappo. Fatto a immagine e somiglianza del seno. Ma se uno ha a portata di mano l’originale, perché dovrebbe accontentarsi di una copia? Certo può essere utile in situazioni-limite (mentre mamma sta guidando o roba simile) ma non può e non deve essere la normalità. Un bambino piccolo conosce il mondo attraverso la bocca, si ciuccia le mani, assaggia il lenzuolino, assapora giochi e tutto quello che gli capita a tiro. Sta scoprendo il mondo con i mezzi che la natura gli ha donato. Perché fargli credere che il mondo è  insapore, inodore e, soprattutto, di plastica?!?!?! Io non credo che il ciuccio sia necessario, ma capisco che possa risultare comodo a volte e non condanno chi ne fa uso. Come sempre è una questione di giusta misura, anche se personalmente penso che sarebbe meglio evitarlo, soprattutto nei primi sei mesi di vita, in cui la suzione al seno è di fondamentale importanza per le crescita psicofisica del neonato. Poi ogni famiglia si organizza come è meglio per tutti i suoi membri. La cosa migliore sarebbe riuscire a crescere i nostri figli accompagnandoli, senza interferire. Ascoltandoli e lasciandoli fare. E’ più faticoso, a volte, ma è la cosa più giusta. E’ più impegnativo? Forse nei primi anni, ma poi se ne raccolgono i frutti. Un bambino rispettato sarà un adolescente rispettoso. E magari se ci proviamo tutti insieme il mondo di domani sarà migliore.

“Al nido senza pannolino”: piccolo bilancio di fine anno.

Qualche giorno fa a scuola è passata Brì. E’ venuta a trovarci perché le vacanze sono lunghe e le mancavamo un po’! Questa visita ha dato il via ad un piccolo bilancio sul primo anno del nostro ambizioso progetto “Al nido senza pannolino“. I piccoli spannolinati dalla nascita alla fine erano due, Sabrina (per gli amici Brì) e il nostro Pepe Lucho, a tutti noto come Pepito.
Pepe non ha utilizzato pannolini dalla nascita (salvo situazioni d’emergenza) e Sabrina ha utilizzato i lavabili fino ai 5 mesi e mezzo; entrambi hanno smesso di avere “incidenti” diurni prima di tagliare il traguardo dei diciotto mesi. Ma questo non ci ha stupito molto, la cosa per noi sorprendente è stata la reazione degli altri bimbi.
Tutti hanno iniziato a mostrare curiosità nei confronti del vasino già intorno all’anno e due di loro hanno iniziato ad utilizzarlo correttamente poco dopo. Pur avendo il pannolino ogni volta che vedevano i due spannolinati sul trono chiedevano di andare anche loro e una volta posizionate facevano pipì.

Certo i loro pannolini erano comunque bagnati, ma hanno iniziato a prendere confidenza con tutta la faccenda. Una di loro ha smesso di venire a scuola a giugno (mese nel quale compiva 18 mesi) e, anche se a scuola ancora si bagnava spesso, la mamma ci ha detto che invece a casa con lei riusciva a rimanere asciutta (ma ad esempio a casa con la nonna o con il papà ancora si bagnava, probabilmente perché con la mamma aveva stabilito una comunicazione più efficace sotto questo aspetto). L’altra bambina ha 20 mesi e sta attraversando lo stesso passaggio. A quanto pare le buone pratiche sanno essere contagiose, ma purtroppo non lo sono abbastanza…Non ci sono iscritti spannolinati per settembre ma “L’Emilio” rinnova l’invito a tutti i genitori che si vogliano cimentare nella meravigliosa avventura del senza pannolino. E non solo per iscrivere i bimbi al nido, ma anche per in-formazione, confronto, incontri pratici e osservazioni da fare insieme. Vivere senza pannolino è possibile e può contribuire al ben-essere dei bambini, può aiutare i piccoli ad instaurare una comunicazione più profondo con gli adulti che se ne prendono cura e contribuisce a salvaguardare la salute del pianeta. Senza contare il risparmio di denaro, che purtroppo al momento è un fattore pressante per la maggioranza di noi. Io credo che sia ormai tempo di tornare un po’ all’essenziale, di rimettere in moto saperi antichi, di ri-trovare la gioia delle cose semplici. La situazione economica e lo stato di degrado ambientale e sociale che viviamo sono chiari segnali che c’è bisogno di cambiare qualcosa. Di smetterla di consumare senza assaporare, di guardare senza vedere, di sentire senza ascoltare. Credo che sia un momento importante, in cui tutti dovremmo rallentare, ragionare e iniziare a fare tanti piccoli gesti per iniziare a remare contro corrente. Anche smettere di usare i pannolini può avere il suo peso. E sarebbe ora di bandire anche assorbenti e tamponi. Ma di questo, mie care donne, vi parlerò nel prossimo post. Per ora vi dico solo che l’alternativa c’è e si chiama coppetta mestruale. A presto!!!

Senza pannolino: la storia di Brì

Abbiamo conosciuto Sabrina a gennaio dello scorso anno. Mamma Serena era interessata al progetto di nido senza pannolino e voleva capire meglio di cosa si trattasse. Abbiamo iniziato così un percorso insieme che proprio lei ci racconta così:

“Sabrina ha 19 mesi,  e’ senza pannolino da quando ha 11 mesi,e da quando ha 5 mesi  fa la cacca nel wc o vasino ( e solo li !)
Ah dimenticavo!! Sabrina e’ una bimba normale, non e’ una ha bambina prodigio….

Abbiamo iniziato questa fantastica esperienza un po’ per spirito d’avventura, per divertirci insieme, un po’ per la mia fissa di cercare di inquinare il meno possibile, passare su questa terra in punta di piedi cercando di disturbarla il meno possibile. 
Per la mia mania di riciclare e non inquinare (iniziata nella mia infanzia grazie a mio babbo che faceva compost in giardino per il suo orto e che tuttora da un legno rovinato e arenato sulla spiaggia ti intaglia un mobile per il salotto) iniziai a usare con Sabrina i pannolini lavabili: mi sembravano un alternativa più che valida al consumismo sfrenato dell’usa e getta.
Poi un giorno  incappai in Paolo Mai, il “preside” di quello che  e’ diventato l’asilo di Sabrina e gli si illuminarono gli occhi:” certo che accettiamo i lavabili! Io sogno una asilo senza pannolini!!”.
Lo guardai un po’ scettica, non sapevo se avevo di fronte a me un  pazzo o se mi prendeva in giro….poi si allontanò e tornò con un libro in mano ” Senza pannolino”:”Leggilo, …te lo presto! considera che io ho tre figli e sono cresciuti tutti e tre più o meno senza pannolino, la tua bimba ha 5 mesi e’ appena in tempo per iniziare questa splendida avventura. Fino a 6 mesi circa i bimbi segnalano i propri bisogni, poi si arrendono se inascoltati”. La faccenda mi intrigava…..in effetti Brì quando stava per fare la cacca diventava tutta rossa ed poi iniziava a spingere.
Guardai il libro, e mi dissi … provo a darci una letta…..poi glielo riporterò….
Lessi così che nella maggior parte del mondo non occidentale i pannolini non esistono proprio e si guarda con orrore la possibilità di far crescere i bimbi incollati ai propri escrementi….(come facciamo noi occidentali!).
Complice una diarrea spaventosa che e aveva ridotto il culetto di Sabrina  una piaga iniziai a portala in bagno quando stava per fare la cacca..tenendola in braccio accovacciata sul wc…ricordo ancora la faccia che fece:  prima una risatina poi si girò e mi guardò intensamente con uno  sguardo che tradurrei come “grazie mamma ti ci è voluto per capirlo! Ma ora ce l’hai fatta!” e giù cacca e pipì e risate a tutto spiano di Sabrina! Può sembrare ridicolo…ma invece la cosa mi fece venire i brividi, mi sono commossa!!
Iniziai a portarla ogni volta che faceva i segnali della cacca! Ancora non gattonava e tanto meno parlava, a fatica stava seduta sostenuta! La portavo in bagno sul wc in braccio a me a quel tempo!!!
Poi grazie anche alla mia amica Giordana che conobbi in quel periodo (compagna di Paolo!) e che mi spronò in questa avventura, a 11 mesi le tolsi il pannolino durante il giorno. A 12 mesi siamo andate all’asilo, un posto in cui Sabrina ha potuto continuare questo percorso.
Certo ci sono stati periodi di sciopero, cioè momenti in cui Sabrina si rifiutava di farla  nel vasino e la cosa capitò sempre in momenti di “trasformazione” della sua vita evolutiva, quando iniziò a gattonare per esempio, intorno agli 8  mesi ci fu un periodo in cui tutto il lavoro fatto sembrava andato in fumo, poi quando iniziò a spiccicare le prime parole intorno ai 12 mesi e di nuovo intorno ai 16 mesi.
Il nostro motto è sempre stato il solito “non stressiamoci in questa avventura, divertiamoci il più possibile, zero costrizioni” gli scioperi infatti sono sempre rientrati e gli “incidenti” capitano veramente di rado.
Quando guardo il suo culetto rosa,  la sua faccetta soddisfatta quando esclama “CACCCCCAAA!!!” dopo averla fatta nel vasino , e  quando guardo il secchio dell’immondizia vuoto e so che un pezzo di mondo sta sorridendo… beh, mi sento la persona più felice del mondo. Però penso anche che sia assurdo che siano così pochi i bimbi e i genitori che hanno questa opportunità…questa cosa dovremmo poterla fare tutti!!! La nostra avventura è stata resa possibile grazie anche a quello che poi è diventato l’asilo di Sabrina in cui la maestra Giordana, grande sostenitrice della cosa, ha creato un intera sezione di nido interamente dedicata ai senza pannolino.
La cosa assurda è che gli unici due bimbi sono Sabrina e suo figlio……mi piacerebbe che più persone prendessero consapevolezza di questo splendido modo di crescere e comunicare con i propri figli, per loro stessi per i propri figli e per il mondo che ci ospita!!”

Oggi Sabrina ha 20 mesi e da qualche giorno è senza pannolino anche di notte. 
E’ stato bello poter accompagnare lei, mamma Serena e papà Matteo in questa piccola grande sfida. Ci hanno regalato una grande emozione e tante soddisfazioni, lungo tutto il percorso. Per questo non possiamo fare a meno di ringraziarli di cuore. Spero che la loro esperienza sia stata solo la prima di una lunga serie…Se avete voglia di sperimentare anche voi le meraviglie del senza pannolino, Mammapancia sarà felicissima di accogliervi ed accompagnarvi in quest’avventura e, se vorrete, quando sarà ora di andare al nido…“L’Emilio” vi aspetta, anche senza pannolino!!!


Senza Pannolino

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La Vita Senza Pannolini

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