Forza interiore

“Mamma, ti posso dire una cosa?”
“Certo, dimmi”
“Lo sai che ti amo? E anche a Pepe, a Wilma e a  papà.
Pure a Emiliano e a quelli che si comportano male a scuola. Non lo so perché, ma li amo lo stesso”.

“Forse perché sei un cuore bello e i cuori belli riescono ad amare anche le persone che a volte non si comportano bene”.
“No mamma è che io c’ho una forza interiore dentro al mio cuore che mi fa amare proprio tutti”.
E mentre lo dice si mette una mano sul cuore. Io la guardo…incredula, emozionata, un po’ stordita.
“Chi ti ha parlato di questa forza interiore?”
“Nessuno mamma, la sento”. Non so che dire, i suoi occhi sono pieni di gioia e d’amore e io devo avere un’espressione indecifrabile. “Che c’è mamma?”
“Hai detto una cosa tanto bella, sono emozionata…”
Mi butta le braccia al collo e ci abbracciamo per una manciata di secondi. Poi mi bacia, sorride felice con  tutto il suo corpo e corre nell’altra stanza dal resto della tribù.

Ho comprato l’antibiotico!!!

In preda ad un raptus di forte esaurimento, brandendo la ricetta del medico della asl, sono andata in farmacia ed ho comprato l’antibiotico. E’ ancora lì intatto.
Ma facciamo un passo indietro: Alma ha avuto la febbre, è guarita, due giorni regolari poi di nuovo febbre. Stavolta mal d’orecchio. Due giorni e tutto passa. Ok è andata. Altri due giorni in cui m’illudo che finalmente siamo tutti guariti e di nuovo febbre e male all’altro orecchio. Ok, niente panico, tra due giorni passerà. In tutto questo il nostro omeopata è all’estero e ci sentiamo via sms. FANTASTICO! Ci ammaliamo una volta all’anno e becchiamo la settimana in cui il dottore non c’è! Ma ce la possiamo fare.
Per evitare panico nel week-end il venerdì la porto dal medico della asl, che dopo un’accuratissima visita della durata di tre minuti d’orologio (ve lo giuro, non è durata di più!!!) in cui le ha guardato orecchie e gola, sentenzia ” L’orecchio è molto infiammato, se stasera ha di nuovo la febbre le dia l’antibiotico, ecco la ricetta.”. Ok la metto lì. Torniamo a casa e penso va bè mi serviva solo la diagnosi, domani starà bene. Sabato si svegli allegra e senza febbre ma dopo pranzo si mette a letto e le sale di nuovo un febbrone da cavallo. Basta vado a comprare l’antibiotico, domani è domenica se poi serve non ce l’abbiamo. Esco da sola e chiamo la mia amica Susanna in cerca di conforto.:”Basta Susi, non la posso più vedere così forse è proprio necessario tu che dici?” Lei, più lucida di me, mi aiuta come sempre a valutare meglio la situazione. Attacco e mi sento meno preoccupata. Torno a casa con lo sciroppo pensando “Ok, aspetto domani, vediamo come va la nottata”. Entro in casa e la trovo in piedi che zompetta con il resto della tribù. Paolo sorridente e sollevato mi dice:” Ha mangiato una banana, la febbre è scesa”. Lei, finalmente sorridente, mi chiede se le cucino qualcosa perché ha fame. Niente febbre tutta la notte… anche stavolta l’abbiamo scampata! Perché quando un figlio sta male, non basta sapere che ci sono dei tempi fisiologici per guarire, non basta essere persone tendenzialmente non inclini al panico, e nemmeno aver letto e riletto di qua e di là tutto quello che c’è da leggere sulla febbre, i malanni di stagione, l’otite o qualunque altra cosa si sia preso, l’unica cosa che desideri è vederlo sorridere e mangiare di gusto. A volte si cede al famoso “l’ha detto il pediatra” non solo per incertezza o per paura, ma per stanchezza. E parlo di una stanchezza  che non riguarda il corpo o la mente, ma il cuore. E’ faticoso andare controcorrente, anche in questi casi è più difficile esserci piuttosto che fare. Stare lì ad aspettare che un malanno faccia il suo corso sembra quasi una mancanza di cura. La prima domanda che mi fanno due persone su tre è “Cosa le stai dando?”, come se dare qualcosa sia la soluzione a tutto. Questa è il modo in cui siamo stati abituati a pensare. Ma non è l’unico modo possibile per affrontare la faccenda. Ci si può informare, si può ascoltare, si può resistere. Resistere alla tentazione di delegare la salute dei nostri figli, resistere alle osservazioni di tutti quelli che “sanno” come si fa (la vicina di casa, l’amica, il signore che incontri dal panettiere,ecc…), resistere alla fretta di toglierci di torno il malanno di turno. Al primo accenno di febbre o malessere si pensa subito ad accelerare la guarigione, non riflettendo su cosa ci sta dicendo, su come accompagnare il nostro bambino verso la guarigione. Ci dimentichiamo spesso che l’alimentazione è fondamentale, che i rimedi della nonna possono essere risolutivi, che a volte basta  un po’ di riposo e tante coccole. Alma ha cinque anni e tre mesi e nella sua vita ha preso un solo antibiotico, per curare una cistite molto forte. Questo per dire che si può fare. Ci vuole motivazione, ascolto, voglia di documentarsi e di fare domande ai medici, (a costo di passare per “genitori pignoli”) e una buona dose di fiducia e resistenza allo stress!! Ah, un pediatra rispettoso non guasta, uno di quelli che guarda i bambini negli occhi mentre li visita, che parla con loro per comunicare con voi, (invece di parlare solo con voi ignorando la  sua piccola paziente), che non ti addita come incosciente se decidi di non vaccinare i tuoi figli. Lo so, sono esemplari rari, ma per fortuna qualcuno ce n’è!!! E poi qualche buon libro non guasta, da leggere e rileggere fino a consumarlo. Sul mio comodino ce n’è uno che mi aiuta sempre perché contiene la descrizione dettagliata del malanni tipici (febbre, mal d’orecchie, tosse,…) con tutte le spiegazioni scientifiche caso per caso, e moltissime ricettine di rimedi della nonna. Per me è stato ed è tutt’ora un alleato prezioso contro la paura e per non perdere la lucidità quando i virus prendono possesso dei miei figli e sembrano non volerli lasciare più… tranquilli, alla fine se ne vanno!!! Ah il libro in questione è questo:

Bambini e (troppe) Medicine

Voto medio su 5 recensioni: Da non perdere

Buona lettura!!!

Lavori in corso…sempre!

Dal 28 dicembre del 2007, giorno della nascita di Alma, le nostre case (ne abbiamo cambiate tre, una per figlio!)sono un cantiere. Si trasformano in continuazione seguendo le varie tappe evolutive dei nostri cuccioli.
Ora la cucina è “a misura di Pepe”: siccome lui è il traslocatore di casa e la sua passione sono cassetti e sportelli della cucina (i più facili da aprire) abbiamo dovuto riorganizzarne i contenuti. I coltelli dal lato dove non arriva, alla sua portata solo cucchiai, cucchiaini e cucchiarelle. Negli sportelli bassi contenitori e coperchi di plastica, nel cassettone della pasta solo pacchi chiusi (quelli smezzati al sicuro nello sportello in alto) il caffè (che albergava in un cassettone basso) si è ora trasferito sul piano d’appoggio accanto ai fuochi, dopo un paio di travasi dal barattolo al pavimento nei momenti più impensabili… Tutto procede così. Quando siamo arrivati qui era Wilma che apriva i pacchi di pasta e li disseminava in tutta la casa, ora a lei sono vietate le forbici, che vengono ben nascoste e utilizzate solo in presenza di un adulto viste le sue ultime prodezze artistiche di ritaglio, ovvero trasformazione delle tende della sua camera, taglio alternativo ai suoi capelli e nuove acconciature a gran parte delle barbi e dei mini pony. Alma sta diventando finalmente meno “pericolosa” e già uno su tre si inizia a vedere luce!!!

Quello che non cambia è il frullare dei nostri cervelli per seguire tutte le trasformazioni che si susseguono a velocità sostenuta e costante. Un anno fa quando arriva il momento del bagno Pepe finiva nella fascia e da lì si gustava tutta la pratica, ora vuole entrare nella vasca con le sorelle, per fortuna si stanca prima di loro, così posso asciugarlo e vestirlo in tempo per evitare che le altre due inizino a diventare dei baccalà e una volta pronto se c’è papà viene gentilmente catapultato fuori dal bagno, se siamo soli gli concedo di aprire i cassetti del bagno e curiosare tra mollette, elastici, asciugacapelli, carta di riserva,ecc. ecc. (anche qui ogni oggetto potenzialmente pericoloso e riposto in alto,compreso lo spazzolino del water, oggetto molto ambito, anche se non ho mai capito perché!), mentre tiro fuori le due sirenette. Una volta impigiamate tutti fuori ad asciugare i capelli davanti al camino così il traslocatore può giocare mentre noi chiudiamo la pratica.

Nel Mai-comio funziona così, tutto si trasforma e si adatta. A volte viene naturale, a volte i cambiamenti non vengono subito recepiti e allora per qualche giorno regna il caos… In questi casi disordine e nervosismi non mancano, ma solitamente in pochi giorni ritroviamo il bandolo della matassa e ci raccapezziamo. A volte è molto faticoso, a volte mi  trovo a pensare che forse sarebbe più semplice avere delle regole fisse da applicare ma poi guardo i bambini e capisco… Capisco che per loro è tutta una scoperta, che nei loro occhi la vita è un continuo montare e smontare il mondo, un interminabile processo di conoscenza e trasformazione e allora mi dico che dalle regole fisse non c’è molto da imparare ma da loro , invece, si.
Questo post partecipa al blogstorming.

A proposito dell’inserimento a scuola…

La mamma di una bambina della mia classe mi ha parlato di un articolo che ha alzato un polverone sul tema dell’inserimento a  scuola. Ovviamente mi chiedeva il mio punto di vista: l’inserimento è una cosa sensata o no? Secondo me dipende molto dal punto di vista da cui si guarda la questione, oltre che dal come si svolge l’inserimento. Possiamo guardare l’ingresso a scuola come l’inizio di una relazione tra bambino, educatori e genitori. Come ogni rapporto umano, anche in questo caso ci si conosce, si prende confidenza, si conquista a poco a poco la fiducia reciproca. In questo caso è evidente che l’inserimento è un momento di passaggio essenziale, in cui si gettano le basi per una convivenza  serena e “partecipata”. 
Se invece l’ingresso a scuola viene visto semplicemente (o semplicisticamente?) come una cosa che va fatta e basta, ovviamente venire a scuola poco tempo alla volta risulta un po’ una perdita di tempo.
Detto questo, io ho sempre fatto dell’inserimento un momento prezioso e personalizzato per ogni famiglia e in molte scuole, come nella nostra, il termine utilizzato è ambientamento. Rende meglio l’idea. Che si tratti di asilo nido o di scuola dell’infanzia, credo che sia fondamentale tenere presente che ogni bambino e ogni famiglia hanno bisogni peculiari e proprio per questo non mi sembra molto sensato stabilire a priori quanto durerà il periodo di ambientamento né tanto meno fissare a priori una tabella che indichi quanto il bambino e/o il suo accompagnatore deve restare a scuola il primo, il secondo, il terzo giorno. Trovo più sensato e oggettivamente più funzionale parlare col genitore e capire quanto del suo tempo abbiamo a disposizione, per poi cercare un punto d’incontro tra le esigenze di tutti. E’ più faticoso, certo, ma trovo sia più rispettoso nei confronti dei bambini, dei genitori e anche del lavoro degli educatori. E aggiungo che dà anche più soddisfazione a tutti! Ci tengo a sottolineare però che questo è solo un nostro modo di lavorare, un punto di vista del tutto personale e che presumibilmente ci saranno persone (addetti ai lavori, genitori, giornalisti,..) che non sono daccordo. Non ho prove scientifiche né a favore né contro, gli ambientamenti fatti in ormai dieci anni di lavoro, ci hanno portato fin qui, ma sono certa che non si finisce mai d’imparare e di migliorare, quindi…ditemi la vostra!!!




Senza pannolino bis

Definire il senza pannolino un metodo forse è un po’ una forzatura, proprio per questo credo sia doveroso spiegare un po’ meglio di cosa si tratta. Nei primi sei mesi di vita i neonati segnalano il momento in cui stanno per fare i loro bisogni, ma noi non siamo abituati a decifrare questi segnali. Spesso i neonati emettono suoni o fanno piccole smorfie che sembrano fini a se stessi, in realtà ogni piccolo ha il suo peculiare modo di esprimersi, anche su questo. Alma, la nostra prima figlia, si lamentava qualche secondo prima di fare la pipì, Wilma, la secondogenita, stiracchiava forte le gambe. Pepe Lucho sembrava miagolare e girava la testa di lato. Una volta scoperto il segnale possiamo accompagnare il piccolo sul water o su un contenitore che teniamo a portata di mano (all’inizio passano pochissimi secondi tra il segnale e il rilascio della pipì e/o della cacca). Lo teniamo lì accovacciato come si fa coi bimbi più grandi quando gli scappa la pipì per strada, per intenderci! E mentre lo facciamo associamo un suono, che sia il tipico “pss pss”della pipì o semplicemente una parola che il piccolo possa associare a tutta la faccenda. Così facendo dopo qualche tempo possiamo invertire il tutto e al segnale il neonato sarà in grado di rilassare gli sfinteri e far uscire i bisogni. Lo so sembra fantascienza, ma vi assicuro che succede proprio così. Ovviamente ci sono giorni i cui non si riesce a restare sintonizzati e si perdono cacche e pipì, ma col tempo diventa qualcosa di automatico e naturale. I segnali col tempo cambiano e ci sono momenti di confusione, sempre dovuti a fasi di passaggio (conquiste motorie, eruzione dei denti, inizio dello svezzamento,…)  e si risolvono in genere nel giro di un paio di settimane al massimo.

Generalmente i bimbi senza pannolino intorno ai 12/18 mesi riescono a mantenersi puliti tutto il giorno e iniziano a camminare relativamente presto (intorno ai 10/14 mesi), forse per la maggiore libertà di movimento di cui godono. In fondo in molti paesi del mondo i pannolini non si utilizzano e, anche se è difficile cambiare un’abitudine che continua da generazioni, io credo che valga la pena almeno essere informati su questa possibilità, che ci mette in discussione, ci stimola a cambiare punto di vista e aiuta anche il nostro povero pianeta. Lo sapevate che i pannolini usa e getta non si riesce a capire quanto ci mettano a degradarsi? Pare che il tempo minimo siano vent’anni…ve l’immaginate un solo bambino cosa produce?

Senza pannolino?!?

Quando aspettavamo Alma eravamo convinti che si trattasse di un maschio e che avremmo usato i pannolini lavabili. Ovviamente era una femmina e i lavabili li ha indossati per meno di tre mesi.
E già avevamo ricevuto la prima lezione del neo-genitore: tu fai programmi, i figli li disfano (ma quando sei fortunato li modificano solo!).
I pannolini lavabili erano belli, ci facevano sentire con la coscienza (ecologista) a posto, tutto sommato erano anche meno scomodi di quanto avessimo immaginato, ma Alma aveva una pelle sensibilissima e in casa la tenevamo senza. La sua gioia quando era “spannolinata” era lampante. Allora abbiamo iniziato a domandarci come fare per non imporle la scomodità del pannolino. La nostra ostetrica ci mise in contatto con una donna che aveva assistito e che non aveva fatto uso di pannolino con nessuno dei suoi tre figli. Un fantastico mondo spannolinato si spalancò davanti ai nostri (increduli) occhi. I primi tentativi furono fallimentari e un po’ demotivanti ma lo sgambettio della piccola nudista ci restituiva l’entusiasmo. Dopo neanche dieci giorni avvenne il miracolo…iniziavamo a riconoscere i segnali che precedevano la pipì. Si trattava di un mugolio indefinito, ma era proprio il suo modo di dire: “Mi sta per uscire la pipì!”. Era inconfondibile! Così è iniziata la nostra avventura di genitori senza pannolino. I segnali variano col passare del tempo ed ogni volta ci si deve “risintonizzare” sul nuovo linguaggio, esattamente come si fa quando i bambini cambiano abitudini riguardo al cibo, al sonno, alla deambulazione. Nella nostra cultura  i bisogni riguardanti la cacca e la pipì sono stati delegati al pannolino, come se in quell’ambito non ci fosse possibilità di comunicazione. Quante volte avete sentito dire che i bambini non controllano gli sfinteri fino a 18 mesi? Ho scoperto con stupore, leggendo “la vita senza pannolino” di Sandrine Monrocher-Zaffarano, che  quest’informazione, troppo spesso data per esatta, nasce in realtà  come assunto teorico per una ricerca di cui parlava un articolo pubblicato nel 1962 su Pedriatics” (rivista dell’Accademia Americana di Pediatria) da T. Berry Brazelton. La suddetta rivista era sponsorizzata dalla Procter & Gamble (che nel 1961 mise in commercio i Pampers) e T.Berry Brazelton era “uno dei numerosi medici specialisti dell’Istituto Pampers”.
Se questo non bastasse posso assicurarvi personalmente che i bambini sanno riconoscere quello che accade al loro corpo quando stanno per fare i loro bisogni e, se ascoltati e supportati, imparano molto velocemente a gestirsi. Certo ci sono momenti di sciopero del vasino e giornate nere in cui si raccoglie a destra e a manca ma sfido qualunque genitore che abbia tolto il pannolino col metodo tradizionale a dire che non sia capitato anche a lui. La più evidente delle differenze tra pannolino e senza pannolino, riguarda a mio avviso la comunicazione. Non dimenticherò mai il cambiamento intimo che ho sentito nel mio rapporto con Alma quando abbiamo iniziato ad andare in giro senza pannolino. E’ stato come avere la conferma che tra noi c’era un linguaggio segreto che andavamo costruendo a poco a poco e del quale io e il papà eravamo, in quel momento, gli unici interpreti. 

Per noi è stato importante avere la possibilità di parlare con chi lo aveva già praticato e pensiamo che sia fondamentale diffondere queste informazioni, affinché ogni famiglia abbia la possibilità di scegliere la soluzione che più gli si addice.
Anche per questo nella nostra scuola è in corso un progetto sperimentale di una classe di bambini senza pannolino. I genitori interessati vengono seguiti già prima dell’ambientamento a scuola (il metodo è molto più efficace se applicato entro i primi sei mesi di vita) con incontri teorici ed osservazioni pratiche in cui prendono confidenza con il metodo e fiducia nelle loro capacità di ascolto e di empatia coi loro piccoli spannolinati. Quest’anno i piccoli senza pannolino erano due, ma speriamo che presto possano aumentare a che si diffonda la conoscenza di questo metodo eco-logico ed economico per un maggiore rispetto dell’ambiente e una comunicazione più intensa tra genitori e bambini.

Senza Pannolino

Voto medio su 2 recensioni: Da non perdere

La Vita Senza Pannolini

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