Non è chiara l’aria che tira…

Non è chiara l’aria che tira…

Voglio unirmi alle riflessioni di Andrea Rubera sull’imbarazzante puntata della trasmissione “L’aria che tira” di lunedì scorso.
Perché anche se io e la mia famiglia abbiamo fatto un’apparizione (fortunatamente) molto breve al suo interno, anche quella manciata secondi è stata assolutamente decontestualizzata e snaturata.
Mi era stato chiesto di parlare di maternità, di portare una testimonianza su tutta una serie di pratiche educative rispettose della fisiologia dei bambini.  Read more

Fratelli di fascia

All’Emilio i bimbi si portano in fascia. Le prime volte avevo la sensazione che le mamme a cui lo dicevo mi guardassero con aria interrogativa. Ora capisco che forse ero io che avevo timore delle loro reazioni. Ora che è una consuetudine consolidata da anni di pratica e di bambini felici, anche il mio modo di parlarne è cambiato. E anche tutto quello che gira intorno a questa antica pratica ora mi è più evidente e ogni giorno ho conferma di quanto sia importante rispettare la natura del cucciolo umano per evitare di incappare in mamme ed educatrici stressate e in bambini in costante stato di allarme.
La natura è perfetta, dovremmo tornare tutti ad osservarla con maggiore attenzione, a contemplarla con la dovuta devozione.
Nei corsi di accompagnamento alla nascita tutti i futuri genitori dovrebbero essere invitati a guardare mamme di diverse specie coi loro cuccioli e successivamente ricevere le informazioni sulla fisiologia della specie umana. Tutte le mamme fanno le stesse cose. Tengono i cuccioli vicini, li nutrono quando chiedono di essere nutriti, dormono accanto a loro. Persino cavalli ed elefanti, che appena nascono si mettono in piedi, restano sempre nei pressi delle mamme, che non li perdono mai di vista.
Noi, mamme italiche di oggi, siamo spesso costrette a delegare queste cure.
Ho sentito spesso demonizzare gli asili nido. Io stessa prima di diventare un’educatrice di nido li ritenevo dei luoghi di tortura. Ma non credo che sia il nido il problema. Il nocciolo della questione è che non c’è tutela per i genitori. Prima di tutto si deve essere “produttivi” poi possiamo anche fare i genitori. Siamo talmente immersi in questo modo di pensare che non proviamo nemmeno a ribellarci, a farci delle domande al riguardo. E allora anche la scelta del nido diventa una semplice operazione. Una delle mille della giornata. Eppure possiamo capire se la persona che abbiamo davanti si occupa di bambini per passione o per lavoro. Anche pochi piccoli indizi ci possono aiutare:

  • un educatore appassionato parla con voi, ma si rivolge anche a vostro/a figlio/a.
  • Non parla mai di lui/lei come se non fosse presente, perché lo ritiene una persona e, in quanto tale, un partecipante alla conversazione.
  • Ha lo stesso riguardo verso tutti i bambini che incrociate durante la visita nella scuola.
  • Se siete andati da soli chiede nome ed età del/la vostro/a bambino/a.
  • Ha piacere di rispondere alle nostre domande.

E poi, in realtà, basta drizzare le antenne per capire se siamo incappati in una vetrina stile Truman show o se ci stanno mostrando la realtà. Una struttura che non ha nulla da nascondere vi fa entrare in tutte le stanze. E se per qualche motivo in una non si può (ninne in corso, ambientamenti , ecc.) vi invita a tornare in un altro momento per potervela mostrare.
Io sono orgogliosa dell’Emilio e del nostro modo di lavorare. Quando arriva un genitore, soprattutto se deve portare il primo figlio, il mio primo pensiero è accoglierlo. Fargli capire che noi possiamo prenderci cura di suo figlio con amore e che può contare su di me, su tutti noi. Non penso alla potenziale iscrizione. Spesso mi prendono in giro per il mio modo di fare davvero poco “commerciale”. Quando la mia strada incrocia quella di un’altra mamma, per me è sempre una gioia. Io credo davvero che il mondo potrebbe essere migliore se ci occupassimo con amore gli uni degli altri. A volte non è facile, a volte è addirittura difficilissimo. Ma sono certa che è quella la strada.
Se i bambini vengono amati, coccolati, tenuti in fascia, ascoltati, impareranno ad avere cura degli altri esseri, sia umani che no. Per questo quando oggi ho scoperto che c’è un’altra scuola che porta i bimbi in fascia ho esultato. Ho pensato: “Che bello i nostri nidi sono fratelli di fasce!” E mi sono sentita davvero più forte. Perché più siamo e prima miglioreremo questo mondo alla deriva. Lo so, sembra una forma di delirio, una specie di utopia, ma, come ha scritto Eduardo Galeano, l’utopia serve per continuare a camminare, e camminare insieme è un dono prezioso.


Pepito portato da mamma, Wilma e Alma che portano i loro piccoli.
Primavera 2012










Credo nelle cose tangibili

Credo nelle cose tangibili,
quelle che mi toccano ogni giorno:
la gioia dei bambini,
la forza dell’amore,
la sublime unione di anime gemelle,
l’eterno legame tra fratelli e sorelle,
gli incontri in cui ci si ri-trova,
la bellezza della natura tutta.
Credo che tutto ciò che di prezioso possiamo costruire
abbia bisogno di impegno costante, di dedizione, di presenza, di pazienza, di amore.
Che ognuno di noi, ogni giorno, possa migliorare sé stesso, 
anche se a volte il  cambiamento ci sembra impercettibile.
Credo nelle piccole realtà,
quelle in cui ci si può guardare tutti negli occhi,
almeno una volta al giorno.
Credo nella potenza degli abbracci,
nella magia degli sguardi, 
nei legami indissolubili.
 Credo che sia meglio 
seguire la propria strada che la corrente,
i propri principi che la prassi,
l’ispirazione piuttosto che i protocolli.
Credo che tutto questo
 a volte sia scomodo,
ma che sia una grande opportunità.

Credo nel miracolo della vita,
e nel profumo che lascia sui cuccioli di ogni specie.

Da figlia, 
ho imparato che
 i genitori lavorano per prendersi cura della famiglia, 
non per sfuggirle.
Da madre, 
sto imparando a difendere la mia famiglia dagli attacchi del lavoro,
della burocrazia, dell’ingiustizia legislativa imperante.
In questo Paese di furbetti e ruberie mi sento davvero fuori luogo
ma ne sono fiera. 

Groviglio emozionale

Più che letargo, trattavasi di coma. Fossi stata malata sarebbe stato farmacologico, invece era da sonno o, per dirla meglio, da eccesso di attività. Ogni sera mi spengo e non riesco a scrivere. Ma stasera no. Sarà che mi brucia lo stomaco e le lacrime in saccoccia traboccano. Ma non è che io stia male. Certo sono un pò stanca. Di persone che parlano senza ascoltare. Di quelle che non rispondono ai messaggi, della brutta abitudine di non dirsi “buongiorno” o di guardare strano chi saluta con naturalezza. Un tantino mi repelle sentire persone che vomitano le  loro frustrazioni sui buoni propositi e sui progetti degli altri, sentendosi  migliori. Mi disturba profondamente chi  lavora senza amore. Chi c’è fisicamente, ma emotivamente no. Mi dispiace non avere nel cuore la tolleranza che mi renderebbe tutto questo meno fastidioso. Sono colpita…dalla sordità di chi non vuol sentire ma continua a fare le stesse domande, dalla cecità di chi è fermo nel suo ruolo di figlio e cerca altrove la causa del proprio malessere, da chi corre sempre come un criceto sulla ruota, da chi sussurra tra i denti e non parla guardando negli occhi. Forse dipende dal fatto che tante cose stanno accadendo e si  trasformano tra le mie mani, come quando i bambini tirano fuori dalla creta dinosauri, cuori e milioni di altre magie. Pensando ai bambini e ai loro inalienabili diritti mi commuovo fino alle lacrime.
Il mio Dio è lì: nel miracolo che sono. Nel profumo dei loro sguardi soddisfatti. Nei sonagli delle loro risate. Nei loro salti di gioia, nelle loro lacrime dolci e nelle loro scuse sincere.
Perché ci fermiamo così poco a riflettere su quanto la nostra cultura sia mortificante per gli adulti di domani? Perché la maggior parte dei genitori non si batte per avere una scuola, una città, un mondo più a misura di bambino? Possibile che siamo così anestetizzati, così inquadrati, così ordinatamente in fila?! E abbiamo pure beccato la fila sbagliata!!!!! Quella che primaimparimeglioè, quella che i cattivi si scrivono alla lavagna, quella che chi arriva primo è bravo.
Scusate, stasera mi sfogo così. Preferivate quando mi addormentavo eh?! Stasera v’ha detto male.
Sono resuscitata dal coma. Proprio stasera. Forse perché domani, di 38 anni fa, venivo alla luce, dopo essere riuscita a stravolgere tutti i piani dei miei genitori. Fagotto inaspettato, portatore di grande scompiglio (e innumerevoli rotture di xxglioni).
Chissà se dopo tanti anni mia madre fa ancora come me, che ad ogni compleanno di un figlio sto lì a rivivermi tutti i passaggi del travaglio e della nascita. Chissà se lo farò ancora, io, tra trent’anni.
Ok ho finito. E non vi azzardate a dire che l’ho fatto solo per gli auguri. Quelli no, ma un regalo ve lo chiedo:

Che questo Paese ne ha davvero bisogno.
E pure io.

Allattamento “prolungato”?

Quanto dovrebbe durare l’allattamento? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei primi 6 mesi di vita i neonati dovrebbero cibarsi solo di latte di mamma e una volta introdotti alimenti complementari si dovrebbe comunque continuare ad allattare a richiesta fino al secondo anno d’età e oltre. Ma quanto ci suona strano tutto questo? Spesso quando si parla di allattamento ci si ritrova a discutere e generalmente c’è chi spinge per l’allattamento sempre, comunque e a oltranza e chi, invece dice che “a un certo punto questo seno glielo devi togliere e basta, che tanto è solo un vizio!”.
Io credo che l’allattamento sia solo uno dei tanti aspetti di una famiglia, di ogni singola coppia madre-figlio. Non credo che si possa stabilire una teoria generale su quando o come si dovrebbe smettere di allattare, come accade anche per lo spannolinamento, o per abbandonare il ciuccio.
Penso piuttosto che ogni famiglia abbia i suoi tempi e i suoi modi. Alma e Wilma hanno poppato a richiesta fino a 22 mesi. Poi io non mi sentivo più di continuare e ho interrotto. Loro si sono adeguate. Alma in modo soft, Wilma con non poche proteste.
A ripensarci ancora mi dispiace, perché so che con prepotenza ho messo una mia esigenza davanti ad una loro. Ma so che avevo dato tutto e me ne faccio una ragione.
Anche qui il segreto sta tutto nello stare a guardare.
I bimbi lo sanno, le mamme anche.
In una famiglia sana, in cui le dinamiche sono foriere di benessere e gioia per tutti, non sarà la durata dell’allattamento a determinare questa o quella eventuale conseguenza. Perché allattare è un aspetto fondamentale dei primi mesi e anni di vita MA NON IL SOLO e forse nemmeno il più importante. E allora quando vedo la bellezza delle mie figlie e magari le vedo essere amorevoli coi bimbi più piccoli mi dico che tutto sommato anche se ho forzato l’interruzione, in fondo con tutto il resto abbiamo compensato. Pepe Lucho compirà tre anni tra meno di una settimana e poppa ancora. A volte lo guardo e mi sembra così grande che mi stupisco quando si avvicina barcollando e mi dice : “Mamma sono stanco, voglio la sisa…”. A volte mi domando se stavolta sarà prima lui a stancarsi e dire basta. Ci sono settimane in cui sembra che se ne stia piano piano dimenticando, ora da dieci giorni popperebbe tutto la notte. Ma io non credo che questo allattamento “prolungato” gli stia creando dipendenza, né che sia un modo per tenerlo attaccato a me. Credo che sia un processo che si concluderà quando sarà tempo. Ovvero quando uno dei due non ne vorrà più sapere.
Allattare è un atto d’amore e di comunione e come tutte le storie d’amore va avanti finché le due persone coinvolte la alimentano e al tempo stesso se ne nutrono. Quando uno dei due smette, allora tutto si trasforma.
Nessuno può dire ad una mamma come e quanto allattare, perché solo lei e il suo bambino sanno la verità.
Quello che ho constatato io in ormai 12 anni di lavoro in asilo nido è che dell’allattamento si parla poco e male. Siamo figli di un’epoca che spinge al distacco precoce, alla forzata indipendenza, ai bisogni indotti. Le mamme vengono portate a pensare che prima abituano i loro piccolo a stargli lontani e meglio è, per mille assurdi motivi:” tanto poi devi tornare a lavorare ,poi come fa?”” E tu che fai non esci più? Un biberon di latte artificiale che sarà mai, lo lasci al papà e vai a rilassarti un po’!”. Purtroppo su argomenti come questi è vero tutto e il contrario di tutto.
E’ vero che ogni tanto una mamma deve rilassarsi senza figli, ma è pur vero che se non sta via sei ore, suo figlio può resistere.
E’ vero anche che tanto dobbiamo tornare al lavoro quando i figli sono minuscoli, ma se hanno avuto una mamma presente e hanno la famosa base sicura, affronteranno meglio la frustrazione della nostra assenza.
Ho visto tante mamme smettere di allattare per informazioni carenti o addirittura sbagliate e la maggioranza in seguito ne parlava con rammarico. Le mamme devono sapere quanto prezioso è il loro latte e il legame di attaccamento che questo crea.
Mentre scrivo sento in tv di pediatri indagati per aver spinto tante neo-mamme a dare latte artificiale in cambio di buoni viaggio. E’ un altro terribile aspetto di questo  Paese e di questa epoca in cui qualunque cosa viene dopo il denaro.
Allattare è un modo di essere madre che nessuno può toglierci, come guardare il cielo, respirare l’odore della terra bagnata, riscoprire la gioia di vivere con semplicità.
Sarebbe un peccato non godere fino in fondo di questi attimi preziosi. Domani non ci saranno più ma saranno nel nostro cuore come bellissimi ricordi, come terreno fertile su cui continuerà a crescere il nostro amore.

Una scuola a misura di bambino

Alma fa la seconda elementare. Nella sua scuola si entra, si gioca all’aperto con gli amici, POI si va in classe. La lezione inizia cantando. Canzoni che a sentirle mi vengono ogni volta i lucciconi. Tratte da storie di santi, da tradizioni religiose, pagane, storiche. Canzoni che parlano di quanto sia preziosa la vita in tutte le sue sfaccettature. Storie che resteranno nel cuore di Alma e dei suoi compagni come piccoli semi da cui non potranno che germogliare amore, fiducia, rispetto. Della sua prima pagella vi avevo già scritto, ma l’emozione che provo ogni volta che la guardo nel suo bel quadretto vicino al camino non ve la so spiegare. Questa è la scuola che desideravamo per lei.
Un posto dove potesse sentirsi al sicuro, amata e mai giudicata. Dove poter cantare, respirare all’aria aperta, muoversi in libertà.

Un luogo in cui imparare senza doversi uniformare ad un programma prestabilito.
 In una scuola “normale” a dicembre (o giù di lì), secondo il protocollo, i bambini dovrebbero iniziare a leggere. Alma a dicembre dello scorso anno doveva ancora compiere 6 anni e di leggere non aveva il minimo interesse. A maggio, mentre eravamo in macchina,  ha preso in mano un libro ed ha iniziato a leggere mentre guidavo facendomi rischiare un incidente oltre che l’infarto per l’emozione, visto che piangevo mentre sua sorella urlava “Alma sa leggereeeeee!!!” e Pepe batteva le  mani tutto contento per quella botta improvvisa di entusiasmo generale.
Una scuola che parta dall’osservazione di queste meravigliose creature per poterle accompagnare per mano e secondo i loro tempi.  Questo cercavamo. Perché questo è ciò che meriterebbe ogni bambino. Imparare dovrebbe essere un desiderio, un’avventura, una meravigliosa scoperta. La scuola non può e non deve diventare un luogo che co-stringe fisicamente ed emotivamente i bambini. Perché stare chiusi in un luogo insegna a stare chiusi in se stessi. Essere al passo col programma a tutti i costi, insegna a non ascoltare ciò di cui si ha realmente bisogno. Siamo abituati a preoccuparci dei risultati piuttosto che dei percorsi, della produttività e dell’efficacia, piuttosto che che della gioia e della creatività. Ma tutto questo è  estremamente ingiusto. L’ho imparato sulla mia pelle di adolescente  quando al liceo mi sentivo in gabbia. Sulla mia pelle di educatrice quando vedevo che le regole calate dall’alto creavano solo attriti, bambini infelici e adulti frustrati. Per fortuna da mamma ho saputo cercare, ho avuto il coraggio di non accontentarmi, di non cedere alla logica del “così fan tutti” ai ragionamenti preconfezionati, alla paura di sbagliare. Quello che abbiamo trovato è una scuola in cui i bambini possono avere le giuste attenzioni, un’atmosfera amorevole, spazio per giocare, nessun giudizio che li ingabbi.
Una scuola così è un tesoro prezioso. E richiede attenzione e partecipazione. Si deve trovare sempre il modo di sostenerla, di alimentarla, di aiutarla a crescere. Perché purtroppo (o forse per fortuna) è una realtà che non si mantiene da sola. I maestri sono “volontari”  e sta alle famiglie trovare un modo per  ri-pagarli del meraviglioso lavoro che svolgono. E anche se la nostra riconoscenza e il nostro amore nei loro riguardi sono forti come un uragano, i nostri contributi non arriveranno mai a creare uno stipendio degno di questo nome.  Forse solo perché siamo ancora poche famiglie.  Ma io sono certa che questa è la scuola che voglio e ce la metterò tutta per garantire ai miei figli di poterla frequentare. Per questo si è costituito un comitato di volontari (al momento quasi tutti genitori dei bambini frequentanti) per organizzare iniziative, feste, laboratori e raccogliere così i fondi necessari. La prima sarà la Festa di San Martino. Ma io credo che ce ne saranno molte altre. Vi terrò aggiornati, così potrete accorrere numerosi!!!

Fascioteca

Tante mamme vorrebbero portare i loro bimbi ma non sanno come scegliere il loro portabebè. Quante volte ho fatto provare la mia fascia ad  altre mamme! Ho sempre visto i loro visi rilassarsi e i cuccioli cadere in un sonno profondo. Spesso  a fermare le mamme è la paura provare, la paura di  non riuscire. E magari di spendere dei soldi per una qualcosa che non verrà utilizzato. L’ideale sarebbe permettere alle mamme di provare, GRATIS! Allora eccoci qui, io e mammartigiana, a cercare di tirar su una “fascioteca”. L’idea è di raccogliere supporti per poterli prestare per brevi periodi a chi non sa bene quale scegliere, agli scettici, a chi è nel dubbio se comprarne uno o no.Se avete fasce lunghe, pouch, mei-tai o marsupi ergonomici che non usate più e a cui volete dare nuova vita,scriveteci e  donateceli. Altre mamme potrebbero entrare nel favoloso mondo dell’indossare i figli  grazie a supporti che voi non utilizzate più. Stiamo cercando di capire bene come strutturarla, ma la nostra piccola fascioteca sta già germogliando…grazie a tutti quelli che se ne prenderanno cura, che la innaffieranno, che la aiuteranno a sbocciare. Crescere i bambini portandoli addosso è un ottimo rimedio alla carenza d’amore che si sente in giro,  un piccolo passo per migliorare l’umanità!