Nico, maestr* d’amore

Nico, maestr* d’amore

Non sapremo mai se sei un maschio o una femmina, ma Nico è il nome che Alma Wilma e Pepe hanno subito scelto per te.

Il tuo arrivo è stato un vortice di gioia per tutti e nel breve periodo trascorso insieme hai saputo mettere in circolo coraggio, amore, riflessioni profonde. E nel tuo breve passaggio hai ricevuto anche dei doni, tra cui un piccolo albero di avocado.

Poi il tuo cuore si è fermato e in quello di ognuno di noi si è creato un buco nero.

Il primo giorno non riuscivo a parlare di quanto stava accadendo senza piangere. Ogni attimo trascorso da sola era bagnato di lacrime.

Ad Alma, Wilma e Pepe abbiamo raccontato questa storia di trasformazione e magia che ha addolcito questo saluto doloroso; bagnato di lacrime, singhiozzi e sangria.

Abbiamo brindato alla tua trasformazione, abbiamo pianto insieme e ci siamo abbracciati forte.

Dopo qualche giorno ti abbiamo lasciato volare nel cielo stellato con una lanterna, cuore blu ardente, gridando tutti insieme “Buon viaggio! Torna presto!”.

Il dolore scava dentro e trova risorse che non sappiamo di avere, o semplicemente le fa risplendere come non ricordavamo che sapessero fare.

Ho passato giorni intorpiditi a cercare di lasciarti andare. La prima sera dopo aver saputo che non eri più in vita ho iniziato ad avere i dolori…erano fitte ai reni che toglievano il respiro. L’ho detto al tuo papà ed ha iniziato a massaggiarmi. Ma io non ero pronta a lasciarti andare, ho iniziato a piangere e ripetevo “Mi dispiace, so che se è andata così c’è un motivo ma mi dispiace” Papà mi abbracciava e mi diceva “E’ normale amore mio, dispiace anche a me”

Nei giorni successivi mi sembrava di vivere in un sogno, il mio corpo c’era ma io non ero qui, non ero in nessun luogo.

Ai controlli medici prendevo tempo. Non volevo che finisse tutto in ospedale, sotto anestesia, senza il tuo papà.

Ho aspettato e aspettato ancora. Rimedi omeopatici, sali ayurvedici, meditazioni.

Ti ho salutato più volte, nelle acque del mare, sotto la luna… in casa e in ogni dove ho pregato me stessa e ciò che restava di te di chiudere questo cerchio doloroso che ci trascinava ormai con fatica. Ma non riuscivamo a staccarci l’una dall’altro e allora, pur di poterti salutare, mi sono rifugiata laddove non avrei mai pensato di poter decidere di andare e ho provato cosa significa un parto indotto.

Ho sofferto come non credevo di poter soffrire, ho imprecato contro me stessa e contro il dolore.

Per due ore, senza sosta e senza pietà, con il tuo papà che mi sosteneva, mi accarezzava e mi calmava.  Poi è sceso il silenzio ed è arrivata Giulia, la nostra vicina di casa, angelo custode sempre presente: “ Come stai? Ti misuro la pressione”

Ero sul nostro letto, ormai i dolori erano finiti e papà mi massaggiava i piedi.

“E’ stato atroce me non credo di avercela fatta. Domani vado al controllo e se mi diranno che devono intervenire li lascerò fare. Ma sono tranquilla, ho fatto tutto quello che potevo fare”

Nel frattempo papà era andato in cucina. In questo periodo non può mangiare glutine ed è tornato dicendo “ Giò ho letto il tuo appunto con l’indirizzo di Ariel. Non averi dovuto, c’è scritto Canelones. Ora come faccio a non pensarci?”

Canelones è la località in cui abita il nostro amico di Montevideo, ma papà pensava ai cannelloni. IO sono scoppiata a ridere e sono saltata giù dal letto “Fatemi passare che sta uscendo qualcosaaa…”

E tra le mie risate sguaiate e gli sguardi perplessi di Giulia e papà io e te abbiamo lasciato una scia rosso acceso dal letto al bagno e sei nato tu.

Io ridevo, sollevata e felice, Giulia guardava la scena e nei suo occhi vedevo riflesse tutte le milioni di sfumature di emozioni che stavamo provando.

Papà è corso accanto a noi e la serata è finita come un enorme sospiro di sollievo. Come se tutto avesse ripreso a girare, come se ogni cosa fosse tornata al suo posto.

La mattina dopo mi sentivo come resuscitata.

Se averti accolto dentro di me mi aveva donato lo stato di grazia di avere due cuori, l’aver passeggiato insieme a te nella morte mi aveva fatto vivere in  uno stato di torpore indescrivibile, come se guardassi me stessa vivere attraverso un vetro.

Solo l’amore ci può salvare, ora ne sono più certa che mai. Solo l’amore per qualcosa di profondamente sacro come la vita mi ha dato il coraggio di vivere fino in fondo (e a modo nostro!) questo momento, solo l’amore che nutre l’unione tra me e tuo padre generando tutti i nostri figli mi rende forte come una leonessa e mi fa guardare a tutto questo come ad una nuova opportunità

Solo questo amore, nutrito da quello di tutte le anime belle che del tuo arrivo e della tua partenza si sono sentite partecipi e ci hanno fatto arrivare la loro gioia prima e il loro sostegno dopo…solo questa infinita dose di amore mi ha permesso di non sgretolarmi di fronte a tanto dolore…

Ora dormi sereno nel caldo ventre di madre terra, sotto il tuo albero di avocado. Quando mi sveglio al mattino lo guardo e ti abbraccio come non ho potuto fare mai. Ogni tanto passo ad accarezzare le sue foglie sperando che le mie cure arrivino anche a te.

Sono incredibilmente felice perché qualche modo tu sei ancora con noi. Anche se ogni tanto, come ora, la tristezza mi stringe forte il cuore e piango.

Eppure so che ci sei. In ogni bambino del bosco che ti saluta quando passa un uccellino, in ogni persona che ti ha conosciuto in questo tuo lieve passaggio, in ogni lacrima che versiamo per te.

Ci hai insegnato che l’amore è anche saper lasciare andare e sarà un dono prezioso per ognuno di noi.

Vola felice piccolo Nico, sarai sempre nel cuore di ognuno di noi.

Vola più alto che puoi, la tua famiglia sarà sempre con te.

Nascite a casa Mai: Pepe Lucho

Nascite a casa Mai: Pepe Lucho
Pepe Lucho è nato il 27 novembre 2011. La DPP era il 20. Dal 21 ho iniziato i monitoraggi. Ogni mattina andavo nella sala monitoraggi e lui iniziava a fare le capriole. Il saluto delle ostetriche era sempre “Vedrai che nasce prima di domattina”. E la mattina dopo ridevamo, “Ancora qui?!?!”. Abbiamo fatto il giro di tutti i mercati di Ostia e Acilia quella settimana, lunghe camminate che dovevano invogliare il piccolo ippopotamo ad uscire. Ma lui stava come un pascià. Io ormai rotolavo gioiosamente.

Il venerdì ultimo monitoraggio. La notte del sabato era l’ultima in cui avrei potuto usufruire della casa del parto. Poi, essendo oltre il termine, non mi avrebbero più permesso di partorire lì. Questo diceva il protocollo. La mattina del sabato tutta l’allegra brigata è andata al mare. Non ricordo perché ma siamo arrivati fino a Torvajanica. Di sicuro rincorrevamo qualche mercatino. Abbiamo camminato così tanto che alla fine ho fatto fatica a tornare alla macchina. Alma e Wilma erano felicissime di essere state al mare. C’era un sole bellissimo. Il pomeriggio è trascorso sereno, ma all’ora di cena, quando le streghette dormivano già, io non sono riuscita a sedermi a tavola. La posizione seduta mi dava un dolore atroce al bacino. Così ho cenato semi-sdraiata sul divano, come i romani sulla lettiga. Ormai ero così abituata al mio stato di panciume che non pensavo fossero segnali di imminente nascita, mi rimproveravo solo di essermi stancata troppo. Lo stato generale di indolenzimento ha continuato a lungo, tanto che sono andata a letto ma mi sono ri-alzata perché non riuscivo a dormire. Allora ho iniziato a pensare che fosse lui a bussare. Con una calma che a ripensarci mi sembra comica, ho preparato una bustina con i miei cd, il miele, la frutta, robette varie da sgranocchiare e ho svuotato la lavastoviglie, mettendo tutto a posto. Ormai erano doloretti  ritmici. Ho scritto un po’ sul diario di Pepe:”00.45 TRA POCHE ORE CI GUARDEREMO NEGLI OCCHI. ORMAI NE SONO CERTA. Ci hai fatto aspettare una settimana in più del previsto, ma stanotte,tra il russare di tutta a famiglia, sono sicura che stai per uscire. Ho dolori vari, la pancia è scesa all’improvviso e nonostante il sonno non riesco a dormire. Lo sento che sta arrivando il momento e sono spaventata e felice. Anzi, spaventata è una parola grossa, ho tanti pensieri, ma paura a dire la verità NON NE HO. Penso a quanto manca, al fatto che le tue sorelle probabilmente si sveglieranno senza di noi, a come sarà, se sarà ancora notte o quasi mattina, se sarà una cosa lunga o uscirai velocemente,fugacemente penso al dolore, a chissà quanto sarà intenso, o breve o lungo … ma soprattutto penso a te che ti stai rannicchiando sempre più in fondo alla pancia e starai pensando” ma che sta succedendo?” Vedrai amore mio che insieme faremo un ottimo lavoro J non vedo l’ora di stringerti e baciarti piccolo esserino meraviglioso. Ormai ci siamo. Vieni da me!!!”

 

Finito di scrivere sono tornata a letto pensando “Ok se continuano sveglio Paolo”. Credevo di aver dormito profondamente quando una fitta mi ha svegliato. Ho guardato l’orologio: erano passati appena 5 minuti. “Ok lo sveglio”. Ma si sveglia Wilma. La coccolo, si riaddormenta e io mi avvicino a Paolo…si sveglia Alma. Sto un po’ con lei, si riaddormenta e finalmente chiamo Paolo. Lui sgrana gli occhi e in un nanosecondo è sveglio e lucido. “Mi sbrigo? Come stai? Abbiamo tempo?” E io, nel favoloso mondo dell’imminente fusione con l’universo:”Ma fai con calma, ti ricordi quanto è lunga la faccenda? Non ci scapicolliamo, sto bene. Intanto avviso le ostetriche” A ripensarci adesso non ci posso credere. UNA PAZZA. L’ostetrica si allarma:”Come due ore che hai le contrazioni? Hai avuto perdite?” “No” “Hai rotto le acque” “No” “Ok allerto il blocco parto, vai lì e fatti visitare, arrivo e andiamo alla casetta. Faccio prima possibile” Paolo scende e io vado a svegliare mia madre che in quei giorni dormiva da me, proprio nell’eventualità che accadesse quello che stava accadendo. Ormai erano passate le tre. Lei scende, Paolo esce in balcone a fumare mentre io preparo le ultime cose. Mi scappa la pipì, vado verso il bagno e mi si rompono le acque. Arrivo sul water e parte la prima contrazione che mi strappa un urlo “Paolo corriiiii, mi si sono rotte le acque, andiamo sbrigati!” Mentre uscivamo altra contrazione e su tutta la Colombo che separava casa nostra (allora in Via di Acilia) dall’ospedale Grassi una dietro l’altra. Ovviamente tutti rossi. Ovviamente non ci siamo fermati mai, Paolo cautamente rallentava. Ma alle quattro del mattino sulla strada c’eravamo solo noi tre. Per fortuna! Tra una contrazione e l’altra io gli ho anche detto di non passare col rosso, tanto l’ospedale era vicino! Arrivati davanti al blocco parto Paolo si è fermato lasciando la macchina non propriamente parcheggiata e siamo entrati. Ho suonato e ho detto chi ero. Ma prima che aprissero ero nel bagno della sala d’attesa. L’ostetrica di turno si è trovata davanti Paolo. Siamo entrati e mi ha visitato. Guardava lo schermo dell’ecografo e non parlava. Io per un attimo mi spavento. “E’ tutto ok? Sta bene?” “Si tutto perfetto, sei già a cinque centimetri , se è il secondo figlio è meglio che sollecito le colleghe” “Veramente è il terzo” “Il terzo?!? Le vado a chiamare subito” E ci lascia soli. Arriva la contrazione più brutta della mia vita. Quel caXXo di lettino è durissimo e mi sembra di morire. Appena finisce mi alzo e inizio a sognare la vasca di Acqualuce, piena di acqua calda. Una volta in piedi va subito meglio e appoggio il busto ad uno sgabello. Ormai sono in un’altra dimensione. Sento la voce dell’ostetrica che mi dice che dobbiamo cambiare stanza perché lì fanno le visite del pronto soccorso, ma il mio corpo ha altro da fare. Arriva Maria, un’altra ostetrica. Ci siamo conosciute alla casa del parto e quella notte era di turno in ospedale. Mi prende sottobraccio e mi dice “Vieni con me Giò, ti accompagno io. Lo so che volevi partorire alla casetta, ma se senti premere dimmelo, non ti trattenere” E io, che ascoltandola ero tornata dal mio mondo al Grassi,“ Non ci penso proprio Marì, ma degli altri due parti quando stavano per uscire mica parlavo tra una contrazione e l’altra … secondo me un altro po’ di tempo ce l’abbiamo”. E mi accompagna nella sala monitoraggi. “Potete aspettare qui, ci sono delle poltroncine, mettiti comoda”. “Si, la conosco questa stanza, ci sono venuta tutte le mattine questa settimana, mi appoggio qui” E salgo con le ginocchia sulla prima poltroncina che incontro, poggiando le braccia sullo schienale. Istintivamente mi ero messa in posizione accovacciata. Ormai il mio corpo seguiva le sue esigenze senza il mio consenso. Non mi ero ancora appoggiata del tutto che una spinta poderosa mi distese le gambe riportandomi in piedi” Toglietemi i pantaloni che sta uscendoooo””Stai tranquilla Giò, non sta uscendo” “Paolo ti dico che sento la testaaa!!!!” In un lampo mi tirano giù i pantaloni e cado in ginocchio, con la mano destra sulla testa di Pepe, completamente incoronata. Maria si è inginocchiata accanto a me e con una voce d’angelo che non dimenticherò mai mi ha detto”Se poggi le braccia in avanti, lo aiuti ad uscire”. Ho spostato il braccio sinistro in avanti, ero a carponi ma con la mano destra accarezzavo la testa di Pepe, per essere certa che uscendo non scivolasse a terra. Maria ha appoggiato la sua mano sulla mia e questo per me significava che lui era al sicuro. Ho appoggiato anche la mano destra davanti a me e ho sentito la mia voce unirsi a quella di Pepe, in un grido di gioia e di liberazione. Lo vedevo tra le mie gambe e gli accarezzavo la testa, lui piangeva forteforte” Stai tranquillo amore mio, mamma e papà sono qui, è tutto a posto”  Appena Maria me lo ha passato, l’ho abbracciato e mi sono alzata come se niente fosse.  Mi sono seduta sulla sedia e lui ha iniziato a poppare. Paolo ci ha abbracciato e ci siamo baciati ridendo e piangendo. Un figlio appena nato che si attacca al seno per la prima volta è il miracolo più bello a cui si possa assistere, la prova tangibile dell’impalpabile immensità dell’amore.
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Miriam e l’epidurale

Questa è la storia di una mamma che ha avuto due parti naturali, uno con e uno senza epidurale. La ringrazio di cuore per aver condiviso con noi la sua esperienza.

Salve, sono la mamma di due bambini, una di quattro anni, l’altro di 11 mesi, entrambi nati con parto naturale, entrambi presso lo stesso ospedale e con la stessa equipe medica, ma con una sostanziale differenza…..l’epidurale. Per tutta la prima gravidanza ho vissuto con l’ansia di chi non è consapevole di ciò che gli accadrà…per questo mi sono lasciata facilmente condizionare da chi elargiva consigli di ogni genere e, tra questi, non è mancato chi mi ha suggerito di fare l’epidurale, presentandomela come se fosse una sorta di calmante miracoloso per i lancinanti dolori del travaglio, Ecco, io non ho resistito e così, il giorno in cui mi apprestavo a diventare madre per la prima volta, dopo già svariate ore di travaglio, ho urlato la fatidica frase: ” Non ce la faccio più!!!Vi prego, fatemi l’epidurale”. Non voglio soffermarmi a raccontare come viene fatta per non turbare la sensibilità di chi non ama gli aghi, quello che invece mi preme dire è che quegli effetti calmanti tanto decantati non ci sono stati….i miei dolori sono continuati come prima e più di prima fino a quando, dopo tredici ore di travaglio, è finalmente nata mia figlia. Secondo quello che si dice, che almeno aveva raccontato a me la mia ginecologa, con l’epidurale non dovresti più avvertire la parte dolorosa delle contrazioni…beh, per me non è stato così! Ovvio che di tale non funzionamento ho chiesto le ragioni alla mia ginecologa, la quale, senza darmi tante spiegazioni ed etichettando il mio caso come un evento rarissimo, ha continuato a farsi promotrice dell’epidurale anche durante la mia seconda gravidanza, sostenendo che mi avrebbe abbreviato di molto il travaglio. Eppure, interagendo successivamente con altre mamme, il mancato funzionamento di cui sopra, pare essere piuttosto frequente….ma non è solo questo il motivo per il quale 11 mesi fa ho voluto non ripeterla e partorire in totale naturalezza…. Da quando ho fatto l’epidurale soffro spesso di forti mal di schiena concentrati proprio nel punto d’inserimento dell’ago, Non riesco a trovare una causa diversa a tali dolori, non è una questione di peso perchè sono ritornata quasi subito ad avere una corporatura piuttosto esile, e non ho ernie o cose del genere. Inoltre, ho incontrato diverse mamme con condizioni simili alla mia, e tutte imputano l’epidurale quale unica vera colpevole. Tuttavia, quello del mal di schiena è, a mio avviso, il problema minore….la cosa più grave sono i forti sbalzi d’umore di cui spesso soffro anzi, ad essere più precisi si tratta di veri e propri momenti di ipernervosismo che, di tanto in tanto, sfociano in autentici scatti di ira. Di questa cosa non mi sono mai saputa dare una spiegazione fino a quando ho letto da qualche parte di come l’epidurale vada a mettere una sorta di blocco sul sistema nervoso poichè, creando quello stato di rilassamento non permette alla donna di espellere completamente tutte le tossine negative e le ansie accumulate durante la gravidanza ed il travaglio. Certo, io l’ho spiegata in modo molto spicciolo, ma credo che il concetto sia piuttosto chiaro?! Diciamo che nel mio caso questo rilassamento non è stato trasmesso al cervello affinchè calmasse i miei dolori, ma ha avuto un’azione assai efficace sul sistema nervoso, un’azione purtroppo con conseguenze non affatto piacevoli…. Alla luce di tutto questo, con le mie convinzioni e con il timore di aggravare la situazione, ho scelto di farmi ben otto ore di travaglio per partorire un pagnottello di 3k e 800 g senza epidurale, e ne sono felicissima!!! Donne, lo sappiamo…. QUALCUNO lassù ha giustamente deciso che avremmo partorito con dolore, ma la gioia di avere un figlio è talmente grande che vale la pena provarlo questo dolore, senza inutili trucchetti.

Cosa farò “da grande”

Per darvi la buona notte vi voglio presentare La curandera Margarita.
Arriva a me dopo ore di riflessione nate da una domanda semplice ma efficace che mi ha fatto una persona che ho appena conosciuto ma che quando parla mi aiuta sempre a vedere qualcosa che mi sta sfuggendo (e spesso lo fa senza rendersene conto). Mi ha solo chiesto: ma tu che vorresti fare? E da lì è nato un breve scambio, subito interrotto da uno dei nostri figli che ci richiamava (in due facciamo una squadretta di sei elementi!!!?!).
E a forza di ripensare a quelle due cose che ci siamo dette ho capito che i realtà mi piacerebbe molto fare l’ostetrica (come le ho detto), ma la cosa che voglio di più è far nascere le mamme.

Perché avere il pancione e partorire significa fare figli, ma riuscire a nascere come madre è una faccenda più lunga e complicata. E non sempre coincide col parto. A volte può accadere prima, a volte dopo. A volte non accade mai. E allora abbiamo perso una meravigliosa opportunità. Perché diventare mamma non è “solo” permettere al proprio corpo di espandersi per far crescere una nuova vita e continuare a dilatarsi per darla alla luce. No.
Nascere come madre significa lasciare che il cuore trabocchi fino a fare male. Che l’anima si espanda fino all’infinito.
Significa saper ricoprire il terrore di lucidità, prendersi la responsabilità di scegliere, decidere sempre dopo mille ricerche e notti insonni.
Nascere come madre significa giornate piene di domande a cui solo la vita potrà rispondere.
Nascere come madre vuol dire che tutto questo accade con un sorriso permanente dentro al petto. Perché “Decidere di avere un figlio è una scelta radicale. E’ decidere di avere per sempre il proprio cuore che cammina per il mondo, fuori dal proprio corpo”. (E. Stone)

Linda

“Cara Mammapancia,

navigo sul tuo blog da un po’ di tempo. Esattamente da quando hai organizzato nella tua scuola, L’Emilio, quella interessantissima conferenza sulla scelta di vaccinare o no il proprio bimbo.

Ora leggo che hai voglia di raccogliere qualche racconto sul parto, e mi piacerebbe tanto condividere con te e tutte le lettrici il nostro vissuto.

La prima volta che entrai in sala parto, ormai più di due anni fa, fu il giorno in cui dovemmo dire addio al nostro piccolo Matteo….che sarebbe stato il nostro primo figlio.
Io e mio marito abbiamo vissuto ogni istante mano nella mano, e abbiamo deciso -credo proprio in quei momenti dolorosi e indimenticabili- che mai più per noi il parto sarebbe stato ospedalizzato.

Quando il nostro incancellabile dolore è stato lentamente soltanto addolcito dal tempo,abbiamo iniziato a sognare di nuovo l’anima del nostro bimbo/a.

E, come a conferma che la forza della vita è innegabile, ancora prima di sapere che aspettavamo la nostra stella, io l’ho sognata: bellissima, che ci guardava ai piedi del nostro letto, con due occhi immensi, profondi, in cui perdersi e di cui innamorarsi.
Da quel momento tutto nel mio cuore mi diceva che lei era già lì….che la meravigliosa attesa era iniziata, e anche se era troppo presto per la certezza “medica”…io sentivo che lei c’era!!!

E’ stato allora che abbiamo iniziato ad aspettare linda, con la gioia nel cuore.
e, senza neppure il bisogno di dircelo, io e Fabri abbiamo scelto che il nostro viaggio stavolta sarebbe stato il più naturale possibile, dolce, semplice.
E chi poteva guidarci in questo percorso se non un’ostetrica? Per strane coincidenze, o forse per un meraviglioso destino, abbiamo incontrato il nostro angelo,  Gabriela.

Durante i nove mesi in cui linda si preparava a venire al mondo, molte persone (specialmente le più vicine) ci facevano riflettere sulla follia della nostra scelta di partorire ad Acqualuce. Siamo stati, più o meno delicatamente, invitati a riflettere sul fatto che scegliendo un parto naturale in realtà stavamo compiendo una scelta egoista, che poteva mettere a rischio la salute della nostra piccola.
Come se un neonato desiderasse più di tutto nascere in un posto dove ti prendono, ti mettono sotto luci abbaglianti, ti controllano a puntino….piuttosto che venire al mondo in una casa calda, con le luci morbide, in silenzio, vicino a mamma e papà e basta!  

A noi il dubbio non è mai venuto: la nostra stella sarebbe nata ad Acqualuce, senza epidurale, e il travaglio sarebbe stato un viaggio verso la vita…e non un dramma pilotato da un’equipe medica che ti dice se sei brava o no a partorire!

La sera in cui si sono rotte le acque la gioia ha inondato il mio cuore….Linda stava per arrivare. con calma mi sono vestita, ho raggiunto mio marito a lavoro e piano piano abbiamo iniziato a prepararci alla nascita della nostra piccola.
Siamo andati a fare un controllo, ma solo per essere sicuri che potevamo entrare nel percorso di Acqualuce.
ora dovevamo solo aspettare che la vita decidesse di nascere! 
siamo andati a mangiare una pizza, poi siamo tonati a casa e ci siamo dati la buonanotte….sapendo che quella notte sarebbe stata magica.
Ha iniziato a piovere un pochino, i dolori hanno iniziato a diventare più forti del sonno.
Ci siamo accoccolati sul nostro tappeto,  Fabri mi ha preparato una tisana, e abbiamo ascoltato in silenzio il rumore della pioggia fina.
Quando il dolore è diventato “vicino”…abbiamo deciso che era il momento di andare.
Arrivati ad Acqualuce dovevamo soltanto iniziare a spingere….la dilatazione era completa!
Nell’acqua calda, con Fabri e Gabriela vicini, che mi passavano spugne calde sulla schiena, parlavano sottovoce tra loro per  non entrare nel mio dolore e disturbarlo, ma sostenermi e basta!
non mi sono mai sentita sola nel dolore, neppure un istante!
E per questo non ho mai avuto paura, perché sapevo che quel dolore era l’inizio della nostra vita in tre….e che Linda stava camminando su quel sentiero insieme a me.
Gabriela mi diceva “chiamala, chiamala forte”; Fabri mi riempiva di coccole e dolcezza.

Linda è nata in dolcezza, lentamente, è stata lei a guidare me. mi sono solo lasciata andare, ho cercato il più possible di ascoltare i suoi movimenti e i suoi tempi! Certo, in alcuni istanti ho avuto paura di non farcela….di non essere capace! Ma avevo i miei due angeli accanto a darmi forza!

Quando l’abbiamo vista per la prima volta, abbiamo guardato i suoi occhi immensi. Poi ci siamo guardati noi….e con le lacrime abbiamo pensato “è proprio lei!” 

Vorrei che a molte più mamme e ai loro bimbi venisse fatto il regalo di essere rassicurate, sostenute, accompagnate. Non ci sono donne che non “sanno” partorire naturalmente, qualcuna non può…è vero!
Ma a tutte le altre bisognerebbe indicare la strada della semplicità…della forza immensa che ogni donna racchiude nella sua anima prima ancora che nel suo corpo.
Il travaglio non è un dolore da cui liberarsi il prima possibile, ma un’occasione unica di viaggiare mano nella mano col proprio angelo….che viene dal cielo e sa bene qual’è la strada migliore per scendere in terra.
Sarebbe bello lasciar sognare ad ogni donna il giorno del parto come un meraviglioso viaggio verso la vita….

A Fabrizio, Gabriela….e Linda ovviamente!!

Ieri sera ho ricevuto questa bellissima e-mail. E’ arrivata alla mia casella di posta, ma è per tutte/i noi. Un grazie di cuore a mamma Ilaria, papà Fabrizio, Linda e Matteo.  E a Gabriela, che mette nel suo lavoro amore, esperienza, dedizione e il suo sempre presente e rassicurante sorriso.

Elena e l’epidurale: come sono nate Emma e Carlotta.

Finalmente arrivano i vostri contributi, ne sono molto felice ed onorata. Perché, come si dice da queste parti, “più semo e mejo stamo”.
Vi riporto per intero la testimonianza di Elena, mamma di due splendide creature.

“Emma è nata 21 mesi fa, a 41 settimane e 4 giorni. Il parto è stato indotto con la fettuccia, inserita la mattina alle 7.30. All’ora di pranzo sono iniziate le prime contrazioni e fino alle 16.30 ho camminato su e giù per il corridoio in compagnia di mio marito e mia suocera. Poi mi hanno accompagnato in sala parto e dopo mezz’ora circa sono arrivate le contrazioni più forti. Arrivata a 5 cm di dilatazione mi hanno somministrato l’epidurale e sia il dolore si è attenuato, ma non sentivo più neanche le contrazioni. Alle 20.10 abbiamo abbracciato Emma per la prima volta.
Carlotta è nata tre mesi fa, a 41 settimane e 3 giorni. Ero pronta per il parto indotto e invece…sorpresa! Alle 23.30 sono iniziate le prime contrazioni e quando sono arrivata in sala parto ero già dilatata di tre centimetri. Mi hanno attaccato il monitoraggio e le contrazioni non erano molto forti, ma verso mezzanotte e mezza hanno iniziato a farsi sentire e io ero stupita della forza che sentivo crescere in me. Senza anestesia la sensazione era forte e chiara, il mio corpo si stava aprendo per dare alla luce nostra figlia. Arrivata a sette centimetri di dilatazione ero stanca, anzi sfinita. Ma mio marito mi teneva la mano e le ostetriche mi incoraggiavano e questo mi ha dato la forza di non scoraggiarmi. Alle 3.50 Carlotta è nata, senza epidurale. E nonostante la nascita di Emma sia stata indimenticabile ed emozionante, voglio urlare al mondo intero che un parto senza epidurale è più bello, intenso, sentito. Mai più epidurale.”
Io non so dirvi nulla di più sulle sensazioni legate all’epidurale, ma mi è capitato tra le mani un libretto al riguardo di cui vi scriverò presto. Posso dirvi però che credo sia un vero peccato che milioni di donne si perdano le meravigliose sensazioni legate alla nascita. Per me sono stati  momenti di indescrivibile crescita. Ascoltare il corpo che si prepara, che fa spazio, che si apre a poco a poco per poi spalancarsi è stato per me una fonte di energia che non so descrivere bene a parole. Ma è un patrimonio psico-fisico-emotivo che mi accompagnerà per sempre. La sensazione che ricordo con maggiore lucidità è il dissolvimento totale. Come se per pochi intensissimi istanti il mio corpo fosse svanito, dissolto nella comunione più totale con tutto l’universo. Un’esplosione generatrice, un momento in cui ero completamente “smaterializzata”. E lì il dolore non esiste più. C’è solo gioia infinita, coronata dall’abbraccio amoroso di due cuori che si sono fatti uno, come per magia. Io credo che la presenza  in questi momenti sia qualcosa che lascia un ricordo indelebile. Credo che le mamme e i papà dovrebbero venire incoraggiati ad avere fiducia in loro stessi e nell’amore che li unisce e che nei corsi di accompagnamento alla nascita si dovrebbe alimentare non solo la conoscenza della materia ma anche la complicità della coppia e  l’entusiasmo per ciò che stanno per vivere. Sono sinceramente convinta che bisognerebbe parlare di più del lato bello del partorire. Questo blog è nato anche per questo. Scrivetemi, vi aspetto!