La scuola può cambiare. Dipende da ognuno di noi.

La scuola può cambiare. Dipende da ognuno di noi.

Oggi ho capito che la bella comunità del bosco deve essere un motore. Che dobbiamo spingere ancora più forte la voce nei nostri megafoni per far sapere a tutti che si può fare.

Che non serve il vestito di un metodo preconfezionato, che è inutile e dannoso aspettare che la scuola venga “aggiustata” dall’alto, che se la smettiamo di marcare le differenze di ruolo e di potere tra realtà istituzionali e private, genitori e insegnanti, metodo A e metodo B e ci ricordiamo che siamo tutti esseri umani che vogliono vedere i bambini crescere felici e contornati del meglio che gli possiamo dare, allora CE LA POSSIAMO FARE.

Non possiamo stare ancora a raccontarci che la scuola non funziona senza fare niente per migliorare la situazione, non possiamo restare chiusi dietro ai pregiudizi che ci fanno vedere solo scuole di nicchia contro scuola di Stato. Non fa bene a nessuno di noi, né alla scuola, né agli adulti di domani.

Perché ci rimane così difficile allargare le braccia e accogliere la diversità di percorsi, di metodi, di pensiero?

Eppure esiste un piccolo pezzo di mondo in cui i genitori e gli educatori vanno a braccetto, si aiutano e si confrontano su ciò che serve a ogni singolo bambino per crescere al meglio.

In cui chi non può pagare si sente libero di chiedere aiuto alla comunità, sapendo che questo aiuto, in un modo o nell’altro, non  verrà negato.

Un piccolo pezzo di mondo in cui ci si confronta continuamente, a volte aspramente, ma poi si trova un punto di incontro da cui ripartire, magari davanti a un bicchiere di vino e a un bel fuoco.

E da questo piccolo pezzo di mondo partono persone che vanno in giro a raccontare quello che accade, a spargere semini di speranza in altre città, in scuole pubbliche e private, presso associazioni, ovunque ci sia uno spiraglio di accoglienza verso un nuovo modo di pensare l’educazione.

Perché è vero che la scuola italiana è a un punto di non ritorno, ma è vero anche che ci sono tante persone che vogliono renderla migliore, ognuno dal punto in cui si trova. Non possiamo stare ad aspettare con le mani in mano che le istituzioni risolvano un problema tanto grande da sole, né attribuire questo compito esclusivamente allo Stato.

Tutti noi, ogni giorno, possiamo fare qualcosa, ognuno a modo suo. Come genitori, come maestri, come esseri umani che si tendono vicendevolmente la mano.

Ognuno di noi può dare un contributo, ognuno secondo le sue attitudini e capacità.

Conosco mamme di bambini che sono nella scuola pubblica che costruiscono dialoghi impossibili con dirigenti spaventati, maestre che cercano di contagiare colleghe in piccole grandi “innovazioni” quotidiane, genitori che si uniscono per costruire, invece che per distruggere, formatori che senza sosta vanno pellegrinando in tutta la penisola, a volte per lavoro e altre, semplicemente, per fiducia incrollabile in un cambiamento che si sente nell’aria e che ha bisogno di dedizione e amore.

A volte è faticoso, a volte ci si sente come dei Don Chisciotte, ma non abbiamo scuse.

“L’educazione deve avanzare, deve crescere, deve cambiare” (La education prohibida)

In molte realtà, dentro e fuori dall’Italia, questo sta già succedendo.

Siamo tutti coscienti del cambiamento che deve esserci e che già è in corso. Sarà lungo e faticoso, è vero. Ma è un percorso bellissimo.

E’ il momento di lavorare ancora più forte. Non lasciamoci scoraggiare, non smettiamo di crederci, abbracciamoci più forte.

Perché se l’unione fa la forza, l’amore fa miracoli.

E smettendo di mettere muri il miracolo trasformerà la scuola, anzi, la sta già trasformando…

 

Racconto breve di un anno pieno come un secolo.

Racconto breve di un anno pieno come un secolo.

Esattamente un anno fa iniziavano una serie di eventi che avrebbero messo la nostra vita in una specie di centrifuga gigante che a volte rallentava solo per prendere la rincorsa per ripartire più violenta di prima. La sensazione di essere su una barchetta in un oceano in tempesta è stata quella che ha predominato fino a qualche mese fa, ma col senno di poi quello che vedo è che tutto questo “strizzamento”, che ci ha stropicciati e a tratti confusi, ha scaraventato lontano da noi tutto quello di cui non avevamo più bisogno. Come tutte le separazioni ogni congedo affrontato in questi dodici mesi ha portato dubbi, dolore, rabbia ma anche profonda rinascita. E come sempre ogni persona che si è allontanata ha lasciato spazio a qualcun’altro che doveva arrivare, ha lasciato il suo prezioso contributo e, portandosi via un pezzetto di noi, ci ha regalato uno spazio per accogliere un nuovo dono, un nuovo prezioso germoglio che si è poi fatto spazio nei nostri cuori e intorno a noi.

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